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mercoledì 17 settembre 2008

LA VITA DI UN OPERAIO? 35 MILA EURO


«Siamo costretti a firmare perché siamo alle strette. Qualcuno ha scritto, 'la ThyssenKrupp compra il silenzio degli operai', ma non è vero: chi doveva fare decadere questa vergogna, non è riuscito a fare niente». Come nulla fosse stato. Dieci mesi fa, il rogo nello stabilimento torinese Thyssen ha ucciso sette persone. Ma l'azienda, senza alcuna vergogna, continua a voler dettare legge e impone ai lavoratori dimissionari un accordo capestro: la buonuscita (35 mila euro lordi), a condizione della rinuncia a qualsiasi vertenza (nel caso anche di malattia professionale) e del decadimento della costituzione di parte civile. «Un vergognoso ricatto, e noi cosa dobbiamo fare? Ci dicono che tradiremo la memoria dei colleghi, ma con 800 euro al mese di cassa integrazione non si vive, siamo senza lavoro, abbiamo bisogno, e abbiamo diritto, a quei soldi. Oggi non può essere il nostro fallimento, ma quello di chi ha sottoscritto quell'accordo vergognoso». Non è la prima volta. E non è solo, Carlo Marrapodi, trentenne ex operaio ThyssenKrupp, che ieri insieme a sedici ex colleghi ha firmato, nella sede degli industriali torinesi, il verbale capestro: venticinquemila euro netti, in cambio dell'assenso a fare decadere la sua costituzione di parte civile nel processo che l'istruttoria lampo del procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello, accusa, per la prima volta in Italia, l'amministratore del gruppo tedesco di «omicidio volontario». Un ricatto che da mesi la multinazionale tedesca pratica: ci è riuscita con alcuni familiari delle sette vittime del rogo (sempre mediante la monetizzazione) e ci sta provando, a Torino, con comune, provincia e regione. E naturalmente con loro, gli ex operai (una sessantina) che, dopo la strage, hanno deciso di costituirsi parte civile. Come Carlo Marrapodi (protagonista del documentario ThyssenKrupp blues di Monica Repetto e Pietro Balla presentato a Venezia) che dopo la strage è tornato a vivere con i genitori in Calabria, «perché con 800 euro al mese a Torino non si vive». Ma le parole di Carlo sono soprattutto un atto di accusa al sindacato, «che non è riuscito a fare decadere questa vergogna». L'accordo siglato tra azienda e sindacati, per la chiusura del sito torinese (che dopo il rogo mai più ha aperto i battenti), prevede due anni di cassa integrazione e, per chi rinuncia alla buonuscita, il ricollocamento: il magro salario da cassintegrati, oltre alle difficoltà del ricollocamento, ha però indotto molti operai, tra cui Carlo, a rassegnare le dimissioni, per ottenere la buonuscita e cercare autonomamente un altro lavoro. «Come sindacato territoriale non abbiamo mai firmato quel verbale», dice Giorgio Airaudo, segretario generale della Fiom Cgil di Torino. L'accordo siglato tra azienda e sindacati si richiama al «verbale storico». «Appena abbiamo scoperto che il verbale 'storico' conteneva quelle clausole capestro, non abbiamo più firmato, abbiamo chiesto all'azienda la modifica, e invitato i lavoratori a non accettare», spiega Airaudo, «oltre al fatto che non si può non pensare male, scoprendo che l'azienda si tutelava con clausole di questo tipo»: «Perciò abbiamo studiato un'iniziativa legale, per recuperare i soldi della buonuscita, e abbiamo invitato i lavoratori a non firmare». «E' l'unica cosa che potevamo fare - conclude Airaudo - Appoggiare i lavoratori nella causa contro l'azienda». «Ma io come campo nel frattempo?», è la domanda che Carlo, come molti ex operai, sono stati costretti a farsi. «La verità è che nessuno si indigna più. Giusto commemorare i morti, ma ai vivi chi ci pensa?».

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