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sabato 13 giugno 2009

ABRUZZO TRA PIDOCCHI E GASTROENTERITI






"Se gli anziani non torneranno presto nelle loro stanze finiranno per cuocere...". Miriam Charapcikova gestisce una casa di cura nel cuore dell'Abruzzo terremotato: 16 anziani, tra i quali depressi e schizofrenici, boccheggiano aggrappati all'ombra degli alberi, stretti l'uno all'altro per non essere sfiorati da un sole che pesa sulle vite dei 30 mila sfollati distribuiti in 167 tendopoli. La casa di cura ha solo qualche crepa che rimetterebbero a posto da soli se solo ricevessero il via dalle autorità. "Per gli anziani è una lotta contro il tempo", dice Charapcikova. Più si avvicina l'estate più le tende blu che punteggiano l'Aquila e le sue montagne si trasformano in forni. Anziani, bambini, donne incinte, saranno i primi a essere colpiti. Già lo sono. "Cinque infarti, quattro bypass, diabete, qui non posso stare a lungo e con l'inverno che comincia a metà agosto, moriremo di freddo, se non prima di caldo", racconta la signora Bruna, 66 anni, nel campo di Acquasanta che ospita un migliaio di persone e uno sciame di pidocchi quasi debellati. Al campo più grande nel centro dell'Aquila al caldo si unisce la convivenza forzata tra tende che ospitano una decina di persone ciascuna. Privacy inesistente, abitudini interrotte, nel campo di Piazza delle Armi non ci sono più differenze, ricchi, poveri, italiani, stranieri, drogati, vecchiette bene e prostitute. Un pentolone di persone che ribolle sotto il sole pronto a scoppiare più tempo passa. "Sono 1.350 persone", dice il capo-campo Gian Marco Venturoli della Protezione civile, "non è un girone dell'inferno, piuttosto un enorme condominio". Si litiga per il volume della radio, per i bagni sporchi e la esasperazione a volte sfocia in intolleranza. "Tornatene a casa, non hai diritto di stare qui, mi hanno detto a mensa. Ho risposto in dialetto e si sono zittiti", si sfoga Natalì Mendoza, peruviana di 25 anni, in Italia da 16: "Ho perso due amiche nel terremoto. Non è facile per nessuno". Pidocchi e gastroenteriti saranno, a lungo andare, i nemici nelle tendopoli. "È normale che ci siano casi", spiega il dottor Fabrizio Pignatelli, coordinatore delle attività del campo delle Armi. "Ma abbiamo ricreato un servizio medico che prima era sparso su tutto il territorio, dagli specialisti ai prelievi, giriamo tra le tende per capire se ci sono situazioni di disagio". Disabili da trasportare in bagno, tossici che lasciano garze insanguinate nelle docce, delinquenti agli arresti domiciliari in tenda. "Pure io mi sono preso una bella dissenteria", ammette il dottor Paolo Pasqualetti mentre esce da Campo Friuli per andarsi a comprare un camper. Difficile essere terremotati e medici costretti ad accantonare i propri lutti per poter lavorare. La dottoressa Laura Vitali dorme in tenda all'ospedale San Salvatore, dove hanno isolato un caso di tubercolosi e ricoverato una ventina di persone tra problemi polmonari e infezioni intestinali. "Lavoriamo in maniera artigianale tra il caldo e la mancanza di attrezzature. Ci servono container e strutture più agevoli", dice pensando alla casa che ha perso, mentre alla collega accanto si riempiono gli occhi di lacrime. "Il dolore e la paura sono nemici dei campi", spiega Claudio Mochi psicologo dell'emergenza. Così a Onna, dove è stato appena celebrato il 41 funerale, i superstiti si svegliano guardando le macerie e le loro vite fatte a pezzi. Non lontano, ad Arischia, molti insegnanti se ne sono andati. "Sono sulla costa, già in ferie, fuggiti", dice Cristina Baratelli, educatrice al campo (400 persone) e residente in una tenda da 20. "Non perdiamo tempo", scandisce Berardino Beccia, vigile del fuoco terremotato, "dateci il legno e le casette ce le costruiamo da soli

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