IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO IN QUESTO ISTANTE AMMONTA A:

sabato 31 ottobre 2009

BARBAROSSA :UNA CAGATA DI FLIM A SPESE NOSTRE




Tra le tante voci di spesa, ci sono 400 costumi, 100 carri falcati, 200 armature (perfette riproduzioni realizzate in India), 4.550 cavalli, 12 mila comparse, più i cachet degli attori, incluso Raz Degan nei panni di Alberto da Giussano. E tutto il resto, naturalmente. Spesa finale: 30 milioni di dollari, compresa la postproduzione per le 800 scene trattate con effetti speciali digitali.
Chi ha pagato? Al 60 per cento imprenditori privati vicino alla Lega, al 40 per cento la Rai: 12 milioni di euro di soldi dei contribuenti, quindi, a pesare sul bilancio già drammaticamente in rosso della tivù pubblica.
Soldi che, ormai è certo, non torneranno mai indietro: nei cinema "Barbarossa" è un flop e l'incasso dei botteghini - secondo le previsioni - non coprirà nemmeno un terzo delle spese sostenute.
L'ultimo spreco di denaro pubblico ha un nome e cognome preciso: Umberto Bossi, capo della Lega e grande sponsor politico del progetto, nonchè amico personale del regista e pure presente in un cameo nella pellicola di Renzo Martinelli.
Berlusconi insomma ha usato la Rai (che imporrà il film in due puntate anche sul piccolo schermo) per tenersi buono l'alleato di governo, a spese nostre.
Dev'essere questo il famoso "Roma ladrona", lo slogan con cui la Lega ha mosso i suoi primi passi fino ad arrivare direttamente a usufruire del bottino.

venerdì 30 ottobre 2009

IRAP QUESTA SCONOSCIUTA





Mentre il Governo elargisce il denaro dei contribuenti a una gran varietà di testate giornalistiche (vedere per credere! soldi che si aggiungono agli oltre 300 milioni di contributi statali per tariffe postali e telefoniche), la vera informazione quella libera, quella critica e quella senza tessere sta per essere definitivamente censurata. Dobbiamo stare sempre in guardia ed essere sempre pronti a difendere la libertà di espressione in qualunque modo.

A PROPOSITO DI IRAP:

Abolire l'Irap? Come sostituire il suo gettito di 38 miliardi? Prosegue il confronto sulle varie proposte. Ma occorre chiarire se l'obiettivo è strutturale, cioè di stimolo alla crescita complessiva della produttività del sistema, oppure congiunturale, di aiuto per fronteggiare la crisi e restituire competitività internazionale alle nostre imprese. E in entrambi i casi è bene considerare, in alternativa, anche altri strumenti e iniziative.Possono due società che forniscono servizi scadenti fare una joint venture che offre buona qualità? È il dubbio suscitato dal varo della nuova compagnia ferroviaria lombarda costituita da Fs e Ferrovie Nord Milano e che gestirà il traffico dei pendolari. Perché non si è fatta una gara trasparente per l'assegnazione?Per mantenere l'aumento della temperatura causato dall'effetto serra al di sotto dei due gradi, rispettando l'impegno preso al G8 dell'Aquila, bisognerebbe ridurre le emissioni di gas serra a zero entro il 2030. Meglio porre obiettivi più realistici e prevedere piani di adattamento a cambiamenti climatici in parte inevitabili.

domenica 25 ottobre 2009

LA FABBRICA DELLE BUONE NOTIZIE DI BERLUSCONI

COME CI VEDE LA STAMPA ESTERA

[The Guardian]
Nel 1937 il dittatore Benito Mussolini creò il MinCulPop – il Ministero per la Cultura Popolare – un ufficio governativo di propaganda, col chiaro scopo di controllare i media e di diffondere la versione ufficiale dei fatti.
Il MinCulPop aveva il compito di selezionare le notizie che potevano essere diffuse a livello nazionale e di inviare gli articoli e i comunicati alle sale stampa e alle stazioni radiofoniche. Era il modo che aveva il Duce per imporre una visione positiva del Paese, nascondendo i fatti veri. Mussolini era convinto che tutte le notizie cattive dovevano essere evitate e che l’Italia doveva essere dipinta come una nazione florida e felice. La parola propaganda era accuratamente evitata, così come le notizie che potessero mettere in cattiva luce l’Italia. Nulla di strano per una dittatura fascista.
Settantadue anni dopo la fondazione del MinCulPop, l’Italia ne ha lanciato la versione moderna. Presentato come un corpo speciale dedito al miglioramento dell’immagine del Paese, questo nuovo ufficio governativo avrà la responsabilità di diffondere buone notizie sull’Italia. Il governo afferma che è necessario per ragioni commerciali. L’Italia deve contrastare gli incessanti attacchi negativi partiti dai media di tutto il mondo nei confronti di Silvio Berlusconi e i suoi politici poiché essi danneggiano gli affari dell’Italia. Il turismo è in affanno in seguito ai numerosi attacchi della stampa e bisogna reagire velocemente per fare in modo che gli stranieri non scelgano destinazioni alternative all’Italia per le loro vacanze.
Essendo un questione di turismo, è toccato al Ministro per il turismo Michela Vittoria Brambilla fare la presentazione della nuova taskforce, alla quale parteciperà un gruppo di giovani giornalisti e esperti in comunicazione i quali avranno due compiti: monitorare la stampa estera ovunque nel mondo, “dal Giappone al Perù”, e “tempestare le sale stampa di notizie veritiere e positive”. È questa la veste della nuova unità anti-denigrazione – la quale potrebbe essere definita un po’ maliziosamente un dipartimento di propaganda – che inizierà a operare dal mese prossimo.
E anche se effettivamente sembra propaganda, il Ministro per il turismo ci rassicura che non è così. “Noi racconteremo i fatti. Potremmo evidenziare alcune iniziative del governo, nel caso fosse appropriato. Ma, soprattutto, racconteremo al mondo l’Italia generosa, vera e audace – l’Italia degli imprenditori, dell’arte, degli eventi culturali e dei nostri prodotti”. Ha aggiunto che ci sarà una sezione apposita all’interno della taskforce dedita alla fornitura di articoli per la stampa, di materiale per internet e di contenuti video.
Questa iniziativa non stupisce dopo le recenti critiche rivolte dal Presidente del Consiglio alla stampa estera, la quale, secondo lui, agisce contro l’Italia danneggiando non solo lui, ma anche tutto il Paese. E non sorprende che Berlusconi voglia contrattaccare le critiche che oramai vengono da quasi ogni angolo del pianeta.
Il Presidente del Consiglio ha ribadito il suo punto di vista durante l’assemblea degli industriali di Monza e Brianza: “Chi getta discreto sull’Italia lo getta anche sui prodotti e sulle imprese italiane.. Gli imprenditori dovrebbero ribellarsi a questo modo di agire anti-italiano”. La Brambilla si è limitata a dare forma alle idee di Berlusconi. Le sale stampa all’estero devono essere sommerse da storie italiane di successo, escludendo ogni riferimento a eventuali cattive notizie o critiche. Ma non preoccupatevi – questo non ha nulla a che fare con la propaganda. Non sembra per nulla la riedizione del MinCulPop. Si tratta soltanto di un modo per promuovere il turismo.
[Articolo originale "Silvio Berlusconi's good news machine" di Manuela Mesco]

sabato 17 ottobre 2009

FRANE,SCANDALI E POI TUTTI ALLE OLIMPIADI


Patetica Italia di politici, amministratori & intellettuali di contorno, tutti a disputarsi un piatto di lenticchie mentre la nave affonda.
Mancano ancora Matera, Campobasso, Savona, Carugate, Cerveteri, Ciriè e qualche altra ma la lista delle città italiane che vogliono le Olimpiadi 2020 si allunga in modo significativo. Dopo Venezia e Roma si sono infatti aggiunte ufficialmente, in attesa di nuove ed estrose candidature, Palermo e Bari. E a questo punto non c’è più dubbio: magari il Cio non assegnerà i Giochi a nessuna delle nostre brave concorrenti, ma sul podio ci andiamo di sicuro: quello del ridicolo.
A premere per la candidatura di Chicago alle Olimpiadi 2016 volò a Copenaghen, inutilmente, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
Quale credibilità può avere un Paese dove una cosa seria come la candidatura ai Giochi, affare costosissimo che richiede un immenso sforzo finanziario, viene annunciata in Sicilia dall’assessore regionale al turismo (col sindaco Diego Cammarata offeso: «Potevate almeno dirmelo...») e in Puglia dall’assessore comunale allo sport? Cos’è: un gioco a chi mette per primo il cappello sulla sedia?
Una manovra per dare vita a un comitato di studio (poltrone) e poi a un comitato promotore (altre poltrone) e poi a una struttura operativa progettuale (altre poltrone) e via così di prebenda in prebenda? Come ultimo tedoforo a Bari vedrei bene la D ’Addario», ha ghignato subito il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, figurandosi la escort barese in marcia col cero in pugno. Quanto a Palermo, ogni battuta sarebbe di troppo: parlano già i precedenti. Ma sul serio torna a proporsi per questo appuntamento mondiale una città dove allo stadio di «Italia 90» non sono bastati 19 anni anni per demolire come previsto le tribune provvisorie che non avevano l’agibilità?
Dove quello di baseball fatto per le Universiadi (che non prevedevano il baseball) non hanno visto una partita? Dove il Velodromo dei Mondiali di Ciclismo cade a pezzi e il palazzo dello sport distrutto da un fortunale non hanno i soldi per rifarlo perché si son dimenticati di chiedere i soldi all’assicurazione con cui avevano una polizza da 95 mila euro?
Il governatore Raffaele Lombardo dice che lui non capisce proprio le perplessità degli scettici: «Non vedo perché non possiamo ambire a ospitare le Olimpiadi». Cos’avrà mai la città di santa Rosalia meno di Sydney, Londra o di Pechino? Ciò che gli dà più fastidio, dice, «è l’atteggiamento razzista di Galan, che avevamo avuto modo di notare già in occasione della polemica su Baaria». Il suo assessore al turismo e allo sport, Nino «Mortadella» Strano, noto agli italiani perché il giorno della caduta di Prodi si riempì la bocca al Senato di fette di «Bologna» col pistacchio, è ancora più rassicurante: «Quando ho letto che si erano già candidate sia Venezia che Roma ho ritenuto doverosa una proposta formulata dal Sud. E quale migliore città di Palermo per ospitare le olimpiadi?».
Il passato? Iiiiih, stavolta sarà diverso: «Siamo in grado di mettere in moto una macchina ciclopica». Ciclopica. E le ferrovie ottocentesche che viaggiano ancora coi tempi delle «littorine»? Gli acquedotti che perdono acqua e obbligano decine di migliaia di cittadini a rifornirsi con le autobotti? Le autostrade mai finite da decenni come la Catania-Siracusa ? Le colline che franano al primo acquazzone portandosi via le case e le persone? Le aree industriali cosparse di cadaveri di edifici diroccati che non vengono rimossi? La spazzatura che invade le strade palermitane come quando Goethe scriveva che i bottegai buttavano tutto in mezzo alla via col risultato che essa «diventa sempre più sudicia e finisce col restituirvi, a ogni soffio di vento, il sudiciume che vi avete accumulato»? E la manutenzione quotidiana dell’esistente? Non ci vorrebbe lì, l’impegno ciclopico? Guai a dirlo.
L’accusa è automatica: disfattisti, leghisti, anti-meridionalisti! Eppure sono palermitani quelli che ieri hanno riso per primi. Palermitano è l’editore Enzo Sellerio: «E i promotori chi sono, Andersen e i fratelli Grimm?». Palermitano l’attore Pino Caruso: «Allora mi candido al Nobel». Palermitano il giornalista Enrico Del Mercato che su La Repubblica siciliana ha chiesto dove mai credono, gli autori della pensata, di poter trovare i soldi se Atene per i suoi Giochi ha speso 12 miliardi di dollari e Pechino 40,9 e dove credono di mettere la gente se in tutta la provincia ci sono 25.787 posti letto e cioè troppo pochi (anche a lasciare a casa gli spettatori e gli accompagnatori e tutti gli altri) perfino per i soli atleti e i cronisti, che a Pechino furono rispettivamente 11 mila e 21 mila.
Conosciamo l’obiezione: ma le Olimpiadi sarebbero proprio l’occasione per fare le cose! La «data catenaccio» per il grande riscatto! Esattamente quello che è stato detto le altre volte. E com’è finita? La prima data catenaccio furono i Mondiali 1990. In calendario c’erano tre partite: rifecero lo stadio (30 miliardi preventivati: 50 spesi) con quelle tribune posticce mai più rimosse, costruirono un capannone abusivo (la fretta...) per la sala stampa che nonostante l’impegno ad abbatterlo è ancora lì, pretesero tutte le deroghe possibili sugli appalti per finire in tempo l’aeroporto completato sette anni dopo l’ultima partita. Per non dire del treno da Punta Raisi a Palermo, la cui prima corsa sarebbe avvenuta nel 2001. Cioè quando erano finiti da 11 anni i Mondiali in Italia, da 7 quelli in Usa, da 3 quelli in Francia e stavano per arrivare quelli in Giappone e Corea.
E la seconda data-catenaccio? Per avere un’idea di come organizzare i mondiali di ciclismo del 1994, pensarono di andare a vedere come i norvegesi avessero organizzato i loro. E volarono a Oslo in 120: assessori, deputati, portaborse, mogli, cuochi e i musicisti di una banda folk preceduti via terra da un tir così carico di prodotti siciliani che vennero pagati sei milioni di solo sdoganamento. Perché tutte quelle mogli? «Che dovevamo fare?», si ribellò l’assessore Sebastiano Spoto Puleo, «Poi ci dicevano che siamo i soliti siculi che lasciano a casa i fimmini!».
La terza data, quelle delle Universiadi, non fu meno indimenticabile. Non solo per i relitti di impianti sportivi lasciati alle spalle, sui quali avrebbero fatto un’inchiesta dura il settimanale Il Palermo e una relazione micidiale la Corte dei conti, ma per un viaggetto sventato solo all’ultimo istante dalla magistratura.
Questa volta, nella scia della trasferta norvegese, avevano deciso di andare in Giappone, per vedere i mondiali universitari di Fukuoka, in 231. Il solito giro di deputati, funzionari e amici più gli «artisti» per uno show per i nipponici: 30 sbandieratori di Siena, 30 trampolieri emiliani, 30 gondolieri veneziani, 30 Pulcinella napoletani... Tutti all’Hyatt Residence: mezzo milione di lire a testa al giorno. L’assessore al turismo Luciano Ordile spiegò che era il minimo: «Mi dicono che un caffé costa 10 mila lire». E l’ultima data catenaccio? Chi se li dimentica, i campionati militari di Catania del 2003? Dovevano essere ai primi di settembre ma, rinvia oggi e rinvia domani, riuscirono ad aprirli solo a dicembre: «Eh, che sarà mai, a Catania sempre bello è!».
Macché: un freddo islandese. Ideale per l’atletica. Risultato: l’unico record mondiale battuto e ineguagliabile fu la gara d’appalto per una serie di costosi servizi di appoggio. La bandirono di venerdì pomeriggio con scadenza alle 12 del martedì e l’obbligo, nonostante il weekend di mezzo, di mandar le offerte per posta. Prodigio: ci fu chi ci riuscì. Una sola società. E chi era uno dei soci? Il figlio dell’allora senatore e assessore comunale Nino Strano. Lo stesso Strano di oggi? Lui. Pensa che strano..

Articolo di Gian Antonio Stella apparso sul Corriere della Sera del 15 ottobre 2009

domenica 11 ottobre 2009

STRAGI, IL RICATTO BI PARTIZAN DEI BOSS





Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell'Utri che, tra il '93 e il '94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.A Berlusconi - ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d'interrogatori davanti ai pm - la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile. All'indomani della puntata di “Annozero” in cui l'ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.


da Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

mercoledì 7 ottobre 2009

QUANDO L'OPPOSIZIONE E' UNA COSA SERIA





La Camera dei Deputati ha votato sulla pregiudiziale di incostituzionalità dell'Italia dei Valori contro lo scudo fiscale tremontiano, che permetterà alla criminalità di far rietrare in Italia con la garanzia dell'anonimato e pagando una multa pari al 5%.
Assenti alle votazioni 51 esponenti del, 2 dell'Italia devi Valori e 6 dell'Udc. Negli assenti anche i due candidati alla segreteria del Pd,Franceschini e Bersani.
La votazione avrebbe affossato il decreto contenente lo Scudo Fiscale.
ECCO L'ELENCO DI TUTTI I RAPPRESENTANTI DELL'OPPOSIZIONE ASSENTI

51 esponenti del PD
Argentin - Bersani - Boccuzzi - Boffa - Bucchino - Calearo Ciman -Calgaro- Capodicasa- Carra Enzo- Ceccuzzi- Cesario- Codurelli- D’Alema- Damiano- D’Antoni- DeMicheli- Esposito- Fiano- Fioroni-Franceschini- Gaglione- Garofani- Giacomelli- Gozi- La Forgia- Levi-Lolli- Losacco- Maran- Marchignoli- -Pierdomenico- Meta- Mogherini Rebesani- Mosella- Picierno- Pistelli- Pollastrini- Pompili- Porta- Portas-Realacci- Rosato- Sanirvodio- Tenaglia- Turco Livia- Vaccaro- Vassallo- Vernetti- Villecco Calipari-Zampa
6 esponenti del UDC
Cesa - Ciccanti- Drago- Galletti- Mannino- Pisacane
2 esponenti del IDV
Barbato- Cimadoro
QUESTA E' LA VERA OPPOSZIONE?

giovedì 1 ottobre 2009

AQUILA : LIBERTA DI INFORMAZIONE

AIUTIAMO MILENA GABANELLI DI REPORT




LETTERA Di MILENA GABANELLI al quotidiano Corriere della Sera del 29/09/2009
Ho una trentina di cause. E non riesco ad avere una polizza per le spese legali, solo una compagnia inglese e una americana disponibili a rifondere il danno, ma non le spese.
Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici». Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l'intenzione di togliere la tutela legale.
La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio.
A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi. Visto che ad oggi le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina, è facile capire che alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile. Questo avviene perché non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente». Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.
Milena Gabanelli