IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO IN QUESTO ISTANTE AMMONTA A:

domenica 19 dicembre 2010

ALLA FACCIA DEI TAGLI





Mentre le misure volute dalla Gelmini hanno acceso le piazze, il ministero di Galan trova un milione e mezzo per una campagna scolastica sull'ambiente marino

Per una campagna di informazione rivolta agli studenti delle medie inferiori il nome è già un piccolo infortunio: "Marinando". Ma, andando oltre questo tentativo di fare gli spiritosi, al ministero delle Politiche agricole hanno scelto male i tempi per lanciare una "campagna di sensibilizzazione sull'importanza dell'ambiente marino, della pesca e dei prodotti ittici". Non ci sarebbe nulla di strano se la "campagna" non costasse un milione 540mila euro complessivi, al netto dell'Iva, in tre anni. In tempo di tagli alla spesa per la scuola e l'università, viene il dubbio che questo denaro pubblico sia davvero speso bene, per insegnare ai ragazzi dai 10 ai 14 anni l'importanza del mare e della pesca.
Giancarlo Galan, il ministro delle Politiche agricole arrivato in via XX Settembre dopo le ultime elezioni regionali dichiarando guerra alle sponsorizzazioni e spese esagerate (a suo dire) fatte dal predecessore Luca Zaia, il leghista che gli ha fatto le scarpe come governatore del Veneto, non sembra percorso da alcun dubbio sull'opportunità di spendere questi soldi. "Viviamo in un'epoca contrassegnata dalla necessità, anzi dall'urgenza, di costruire un rapporto consapevole e rispettoso nei confronti dell'ambiente. Ecco perché ritengo importante il lancio della XVI edizione di Marinando, campagna che ha il grande merito di avvicinare i giovani alla cultura e alle tradizioni del mare e della pesca", è la dichiarazione del "doge" pubblicata sul sito del ministero.
Sulla rete ci sono tracce di un simpatico dibattito fra giovani per rispondere alla domanda: quanto sono lunghe le coste italiane? La risposta, citando come fonte Wikipedia, è che tra continente e isole l'Italia ha 7.458 km di coste. Qualcuno risponde che "la Grecia, con 15mila km, ci straccia". Perbacco.
Per i giovani che non abbiano capito che l'Italia è in mezzo al mare e quanto sia importante preservare l'ambiente marino è in arrivo la campagna ri-lanciata da Galan. Il ministero è alla ricerca di una società specializzata in attività di comunicazione istituzionale per conto della pubblica amministrazione. Il vincitore potrà contare su un finanziamento di 1,54 milioni: 290mila euro quest'anno, 625mila euro nel 2011-2012, altrettanti nel 2012-2013. Alla faccia degli studenti e dei tagli all'istruzione voluti dai ministri Gelmini e Tremonti.

da: www.voglioscendere.it di Gianni Dragoni

mercoledì 8 dicembre 2010

COMUNIONE E LIBERAZIONE E LA CRISI DI SILVIO








Come si muoverà Comunione e Liberazione di fonte alla crisi di Silvio Berlusconi? Quali prospettive apre per la super lobby cattolica?
Il rapporto tra CL e Silvio è sempre stato forte, tanto che i suoi vertici hanno espresso più volte un aperto "endorsement" a Silvio in varie tornate elettorali. Berlusconi è stato infatti un aperto sostenitore del movimento per almeno trent'anni. Nella prestigiosa villa di Via Rovani si tenevano le prime riunioni de "Il Sabato", il settimanale di Cl, che venne sostenuto finanziariamente da Berlusconi.
Anche la Compagnia delle Opere, il braccio economico di CL, ha sempre espresso vicinanza al Pdl, nelle cui file militano lo stesso presidente della Regione Lombardia e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi.
Tuttavia il rapporto di Cl con Silvio è una sinusoide dall'andamento complesso, che si intreccia con i destini del potente gruppo di potere. In una certa fase, nel 2008, Berlusconi è parso affidare a Formigoni l'ambito ruolo di delfino e il ruolo di cordinatore del Pdl. Poi qualcosa si è rotto, Formigoni ha abbandonato la funzione, si è fatto da parte senza per questo tradire l'amico Silvio. Il movimento ha cercato di rimanere sotto traccia, di andare d'accordo con la Lega, nei confronti della quale esistono diffidenze ma anche sintonie mirate alla destrutturazione dello Stato in vista dell'affidamento ai privati (ovvero alla Compagnia delle Opere) di vasti pezzi della sanità, della scuola, delle infrastrutture.
Poi è arrivata la crisi interna al Pdl, il distacco di Fini, la nascita di Futuro e Libertà. Il nuovo movimento ha messo in evidenza la tensione esistente, nel polo di destra, tra laici e cattolici, tra modernisti e tradizionalisti. Italo Bocchino ha attaccato duramente Maurizio Lupi e il sistema spartitorio di CL in una diretta televisiva, Fini ha illustrato il disegno di un partito laico su temi come il fine vita ed altre tematiche sensibili.
Fli ha iniziato a svolgere il ruolo che i falangisti svolgevano nei confronti dei governi "opusiani" della Spagna franchista: un dissenso da destra, una critica severa dell'alleanza trono-altare che anche Berlusconi persegue tenacemente nei rapporti col Vaticano.
La spaccatura e l'annuncio di voler far cadere il governo hanno creato ulteriori preoccupazioni in Cl e Cdo, che amano il lobbying soft, riservato, la transazione continua sugli affari concreti, come l'Expo 2015 e i grandi business come l'energia e il nucleare. Ancora più tensione in Cl genera la nascita del cosiddetto terzo polo: l'idea che Casini e Rutelli si alleino con il super-laico Fini spaventa a morte la lobby ciellina, la getta nel panico. Questo perché il leader naturale sarebbe Fini, che ha ben poche simpatie per l'alleanza Cl-Lega e per l'espansione di Cdo in molte regioni, come il Veneto e il Lazio. Ma anche Casini desta preoccupazione perché non è perfettamente identificato in CL ma in questo momento è considerato nei sondaggi come l'interprete più fedele del voto cattolico. Rutelli, simpatizzante di Cl ma anche dell'Opus Dei (e comunque di tutte le realtà dove si muove il potere) è un partner mobile e poco affidabile.
Di qui la grande preoccupazione di Cl, che nei giorni scorsi ha invitato i cattolici a non schierarsi con FLI, invitando Casini a non allearsi con Fini. A dare una mano a CL è intervenuto il cardinale Bertone, che in un colloquio con Silvio ha precisato che lui, quanto al terzo polo, "non celebra matrimoni tra uomini", lasciando così capire che il vaticano non benedice la nuova alleanza e continua a vedere in Silvio l'interlocutore privilegiato per i suoi bisogni.
Nonostante questo, la paura in Cl è tanta, e si somma alle incertezze sul futuro politico del suo leader, Roberto Formigoni, che alla fine del terzo mandato come presidente della Regione Lombardia dovrà pur identificare una "mission" forte. Certo è che la crisi del Berlusconismo fa venire meno, per Cl, un alleato forte e ben identificabile, rimescolando le carte in direzioni ancora tutte da identificare.
da: voglioscendere.it

martedì 30 novembre 2010

Ciao Mario

CIAO MARIO NON SEI RIUSCITO A VEDERE UN ITALIA MIGLIORE ....MA NON TI DELUDEREMO CI VEDRAI DA LASSU'.............


BERTOLASO, L'ULTIMA VERGOGNA





Questo si chiama "mettere in sicurezza", solo che più dell'Italia sommersa dalle alluvioni la Protezione civile sembra esperta nel rendere sicure le poltrone del suo personale. E così mentre tutto frana, Guido Bertolaso stabilizza i suoi fedelissimi: 150 precari, spesso d'alto rango, vengono assunti nel botto finale della gestione che ha alternato successi a scandali fino a diventare nel bene e nel male simbolo del modello berlusconiano di governo. Tutto grazie a una nuova legge che prevede "l'assunzione di personale a tempo indeterminato, mediante valorizzazione delle esperienze acquisite presso il Dipartimento dal personale titolare di contratto di collaborazione coordinata e continuativa". Mentre la pubblica amministrazione falcia i ranghi e il precariato diventa condizione di vita, negli uffici che dipendono da Palazzo Chigi c'è un'ondata di piena di assunzioni che garantisce lo stipendio per figli di magistrati e di prefetti, per mogli di sottosegretari e nipoti di cardinali. Tutti benedetti da una selezione su misura, alla quale ha potuto partecipare solo chi aveva già un contratto precario con il Dipartimento. Un esame affidato a una commissione interna, con poche domande rituali e procedure concluse entro l'estate: così gli ex cococo sono ormai a tutti gli effetti in pianta organica. E rilette oggi, dopo i crolli di Pompei, le motivazioni che sostengono questa falange di assunzioni hanno un po' il sapore della farsa di fine impero: il testo della deroga al blocco imposto da Tremonti sostiene la necessità di quel personale "anche con riferimento alle complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale". Ma è solo il botto finale: quando Bertolaso nel 2001 mise piede sulla tolda di comando l'organico si basava su 320 unità, passate a 590 nel 2006 e schizzate a quasi 900 alla fine del suo mandato. Cinquecento persone in più in nove anni, con uffici lievitati emergenza dopo emergenza, sempre a colpi di ordinanza e mai in forza di un concorso. Un vero e proprio esercito in cui spiccano gli oltre 60 autisti, distaccati dalle forze dell'ordine, per i dirigenti. L'apoteosi di un sistema di potere nato con il Giubileo del 2000, spalancando le porte degli uffici a figli, nipoti, familiari e amici dell'establishment istituzionale.

E poi, sono arrivati i fedelissimi coltivati a Napoli nelle molteplici crisi dei rifiuti. Un posto per tutti grazie alle parentele giuste nell'esercito o nei servizi segreti, a Palazzo Chigi o in Vaticano, al Viminale o in magistratura, fino a creare una ragnatela di relazioni che sembra plasmata ad hoc per creare consenso verso le attività del Dipartimento e per non disturbare il suo manovratore.Le parentele scomode iniziano ovviamente da Francesco Piermarini, l'ingegnere-cognato del sottosegretario Bertolaso, mandato tra i cantieri della Maddalena. Ma scorrendo la lista dei beneficiati si svela una rete di favori senza soluzione di continuità. Tra i primi ad essere stabilizzati, a metà di questo decennio, sono stati gli uomini della scorta di Francesco Rutelli in Campidoglio. Dieci "pizzardoni" passati senza semafori dalla polizia municipale di Roma al dipartimento di Palazzo Chigi. Dal fil rouge che lega il Giubileo alla Protezione civile spuntano anche tre supermanager del calibro di Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Facevano parte dell'unità di staff del Giubileo e, grazie al decreto rifiuti del 2008, entrano nel Gotha dei dirigenti generali della presidenza del Consiglio con norma ad personam, e un contratto da 180 mila euro l'anno. Ma sono stati ingaggiati anche ottuagenari che arrotondano la pensione grazie ai munifici gettoni delle emergenze: è il caso dell'83enne Domenico Rivelli, chiamato come "collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili per i rifiuti a Napoli". Storie vecchie, mentre con la stabilizzazione di fine mandato arriva Barbara Altomonte, moglie del sottosegretario Francesco Giro, docente di scuola superiore ed ora dirigente del Dipartimento. E non è certo un caso che in questa ondata la parte del leone la facciano uomini e donne legati a doppio filo con la Corte dei conti, ossia la magistratura che deve vigilare anche sulle spese della Protezione civile.

Proprio nella "sezione di controllo" della Corte un magistrato e due funzionari possono vantare le assunzioni dei propri figli al Dipartimento: si tratta del giudice Rocco Colicchio, di Carmen Iannacone, addetta al controllo degli atti della presidenza del Consiglio, e della segretaria generale Gabriella Palmieri. Spazio anche a Marco Conti, figlio di un altro giudice contabile. Invece Giovanna Andreozzi è stata chiamata dopo il sisma dell'Aquila con l'incarico di direttore generale per vigilare sugli appalti: proviene dalla sezione campana della Corte, presieduta da Mario Sancetta, magistrato sfiorato da più di un sospetto nell'inchiesta sulla Cricca per le relazioni con Angelo Balducci, l'ex numero uno delle opere pubbliche. Tra l'altro, per la Andreozzi è stato attivato un servizio di navetta ad personam tra Roma Termini e gli uffici del Dipartimento. Quanto alla magistratura, tra gli assunti c'è anche Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Consulta Ugo: era entrato come precario con l'ordinanza per l'esondazione del Sarno ora è fisso al reparto "relazioni con gli organismi internazionali". Con l'ultima chiamata per i fedelissimi di Bertolaso, arriva il posto definitivo per Carola Angioni, figlia del pluridecorato generale Franco, capo della missione italiana in Libano ed ex parlamentare Pd. Carola Angioni è entrata come collaboratrice per l'emergenza traffico di Napoli e, dopo essersi occupata di smog, è passata ordinanza dopo ordinanza ai temporali del Veneto, dedicandosi, nel frattempo a qualche puntata in Croazia come ambasciatrice del dipartimento. La legge offre certezza occupazionale anche a Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi; alla nipote del cardinale Achille Silvestrini; alla figlia del prefetto Anna Maria D'Ascenzo, (ex capo del dipartimento dei vigili del fuoco) e a quella del colonnello Roberto Babusci (una volta responsabile del centro operativo aereo della Protezione civile). A loro, infine vanno aggiunti altri parenti illustri, legati all'ex presidente Rai Ettore Bernabei, al sindacalista della presidenza del Consiglio Mario Ferrazzano e a Giuseppina Perozzi, capo del personale di palazzo Chigi. Una manifestazione di potere assoluto cui si oppongono i sindacati, con un ricorso contro i metodi selettivi di quest'ultima raffica di assunzioni che verrà discusso a febbraio prossimo di fronte al Tar del Lazio. Anche perché l'ultima ondata dei Bertolaso boys costerà ben otto milioni di euro, in gran parte sottratti ai fondi per l'Abruzzo terremotato.

da: l'espresso del 25 novembre 2010

mercoledì 24 novembre 2010

SALVATE IL SOLDATO MASTELLO





Ricordate il processo a Clemente Mastella e famiglia (moglie, consuocero, cognato e mezza Udeur) per le lottizzazioni nelle Asl e negli enti pubblici della Campania, il mercato illegale degli appalti, la gestione allegra dei fondi pubblici al giornale Il Campanile con appartamenti romani incorporati? Bene, anzi male: il Parlamento ha deciso di abolirlo. Non Mastella: il processo.
Venerdì, alla chetichella come si usa in questi casi, il Senato della Repubblica ha approvato per alzata di mano la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere di sollevare un conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato dinanzi alla Consulta contro i giudici di Napoli che osano processare l’ex ministro della Giustizia del centrosinistra, ora eurodeputato di centrodestra, senza chiedere il permesso al Parlamento.
Tutti d’accordo (Pdl, Lega, Udc, Pd), tranne l’Idv. Motivo: i reati contestati a Mastella nell’udienza preliminare in corso da mesi a Napoli sarebbero stati commessi nell’esercizio delle funzioni di Guardasigilli, dunque di natura ministeriale, dunque sottoposti alla giurisdizione del Tribunale dei ministri di Napoli, ma solo previa autorizzazione a procedere del Senato. I difensori di Mastella, nell’udienza di sabato, hanno subito chiesto al gip di sospendere tutto fino a quando la Corte costituzionale non si sarà pronunciata (fra un anno o due, visti i tempi biblici della Consulta). Se il gip dovesse accogliere l’istanza di rinvio sine die, il processo morirebbe lì, con prescrizione assicurata. E non solo per Mastella, ma anche per i suoi 50 coimputati, che hanno immediatamente fatto propria la richiesta dell’ex ministro, ritenendosi attratti per contagio dalla sua speciale immunità, peraltro sconosciuta alle leggi.
La vicenda è talmente intricata che, se non se ne illustrano bene i passaggi, si rischia di non afferrare appieno la portata dello scandalo.
L’inchiesta è quella avviata quattro anni fa dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, che nel gennaio 2008 fece arrestare fra gli altri la signora Mastella, Sandrina Lonardo, il consuocero dei coniugi, Carlo Camilleri e un bel pezzo di Udeur campana per vari e gravissimi reati, poi notificò un avviso di garanzia all’allora ministro della Giustizia, che colse la palla al balzo per rovesciare il governo Prodi, passando armi e bagagli al centrodestra. Intanto, per competenza, il fascicolo fu trasmesso a Napoli, dove il pm Francesco Curcio proseguì le indagini, scoprì altri reati e lo scorso anno chiese i rinvii a giudizio sui quali, fra breve, dovrebbe pronunciarsi il gip Eduardo De Gregorio.
Mastella è accusato di ben nove episodi delittuosi: quattro concussioni, tre abusi d’ufficio, un’associazione per delinquere e un caso di truffa, peculato e appropriazione indebita.
1) Concussione: in combutta col consuocero Camilleri, leader dell’Udeur beneventana e con due assessori regionali, Mastella avrebbe costretto il governatore Antonio Bassolino ad “assicurare loro la nomina a Commissario dell’Area sviluppo industriale (Asi) di Benevento di una persona liberamente designata dal Mastella” per “compensare la mancata attribuzione al suo gruppo politico della carica di presidente dello Iacp di Benevento”; per coartare la volontà di Bassolino, i due assessori presero a disertare le riunioni di giunta e Mastella ad “attaccarlo strumentalmente sulla gestione dei rifiuti”.
2) Tentata concussione: Mastella e la moglie Sandrina (presidente del Consiglio regionale) avrebbero perpetrato una “costante intimidazione” e “denigrazione” contro Luigi Annunziata, direttore generale dell’ospedale San Sebastiano di Caserta per cacciarlo dal suo incarico, visto che rifiutava di “procacciare favori, appalti, posti, incarichi dirigenziali e primariati a membri dell’Udeur”.
3) Abuso d’ufficio e rivelazione di segreti d’ufficio: Mastella avrebbe “istigato” il presidente della III sezione del Tar Campania, Ugo De Maio, ad aggiustare una causa in camera di consiglio per favorire un suo protetto e svantaggiare un’altra persona.
4) Abuso d’ufficio: Mastella, assieme al solito Camilleri, avrebbe istigato un suo assessore regionale a favorire un suo raccomandato ai vertici della comunità montana del Taburno.
5) Concussione: Mastella avrebbe costretto il sindaco di Cerreto Sannita a nominare un amico dell’Udeur ad assessore ai Lavori pubblici e ad assegnare il progetto dell’area industriale allo studio ingegneristico del consuocero Camilleri, minacciando in caso contrario “il congelamento dei finanziamenti regionali destinati al Piano di insediamento produttivo di Cerreto”.
6) Abuso d'Ufficio: Mastella, assieme al consuocero, al cognato Pasquale Giuditta e ad altri, avrebbe chiesto e ottenuto l’assunzione indebita all’Arpac di ben 158 raccomandati suoi e dell’Udeur, in barba alle regole sulle competenze professionali, “per coltivare interessi di natura politico clientelare”.
7) Tentata concussione: Mastella & C. avrebbero intimato al direttore generale dell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli di nominare primario un loro amico a scopo esclusivamente “clientelare”; e, quando quello rifiutò, fu investito da un’interpellanza dell’Udeur in Consiglio regionale che lo dipingeva come un incapace e dunque costituiva una minaccia di “rimozione dall’incarico”.
8) Associazione per delinquere: Mastella, la moglie Sandra e altri avrebbero dato vita a “un’associazione per delinquere, operante prevalentemente nella regione Campania, finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro la Pubblica amministrazione e, soprattutto, all’acquisizione del controllo delle attività pubbliche di concorso e gare pubbliche bandite dagli Enti territoriali campani, attraverso la realizzazione di reati di falsità ideologica, turbata libertà degli incanti, corruzioni, abuso di ufficio e rilevazioni del segreto di ufficio... essendo capi e promotori del sodalizio Mastella Clemente, Camilleri Carlo e Lonardo Alessandrina”.
9) Peculato, truffa e appropriazione indebita: Mastella, “al fine di procurare ingiusto vantaggio patrimoniale ai suoi congiunti Mastella Elio e Mastella Pellegrino” (i figli, che “attraverso lo schermo societario costituito dalla società Campanile srl, senza averne titolo, acquistavano dalla Scip a prezzo più basso di quello di mercato, l’immobile in Roma Largo Arenula già di proprietà dell’Inail, utilizzando anche fondi pubblici destinati al sostentamento dell’editoria”), “si appropriava indebitamente dell’intero capitale sociale del detentore del logo della testata Il Campanile Nuovo” e sarebbe riuscito persino a truffare l’Inail.

Tutti questi reati, secondo la Procura di Napoli, Mastella li avrebbe commessi “agendo in qualità di Segretario Nazionale del partito politico Udeur”. Dunque, mai come ministro. Del resto, alcuni gli vengono contestati “fino al luglio 2009”, quando non era più ministro da un anno e mezzo. E altri prima che lo diventasse. Che dice la legge sui reati commessi da un ministro? La risposta è nell’articolo 96 della Costituzione e nella legge costituzionale 1/1989 (che abolì la Commissione Inquirente), ma anche nella costante giurisprudenza della Cassazione: spetta al pm, titolare dell’azione penale, decidere se il reato commesso da chi fa il ministro è di natura “ministeriale” o ordinaria. Nel primo caso, il fascicolo passa al Tribunale dei ministri (una sezione ad hoc del Tribunale distrettuale), che però può procedere solo dopo aver avuto l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Nel secondo, si va avanti come in un normale processo.
Ma, fatta la legge, trovato l’inganno. Il 30 luglio scorso, la Camera (tutti d’accordo, tranne l’Idv) si costituisce in giudizio dinanzi alla Consulta contro i giudici di Livorno che stanno processando il ministro Altero Matteoli (Pdl) per favoreggiamento del prefetto: l’accusa è di averlo avvertito nel 2004 delle indagini e delle intercettazioni a suo carico per una brutta storia di abusi edilizi all’isola d’Elba. Il caso Matteoli è un unicum: la Procura aveva ritenuto che il reato Matteoli l’avesse commesso in quanto (nel 2004) ministro dell’Ambiente,dunque che fosse di natura ministeriale. Ma il Tribunale dei ministri giudicò diversamente: derubricò il reato da ministeriale a comune e restituì il fascicolo al Tribunale ordinario. La Camera però decise che, prima di farlo, il Tribunale dei ministri dovesse informarla. E sollevò un conflitto di attribuzioni alla Consulta, che le diede ragione con una sentenza controversa (l’illustre consesso si spaccò a metà e il relatore si dimise per protesta): il Tribunale , prima di riprendere il processo, avrebbe dovuto chiedere il permesso a Montecitorio. A quel punto la Camera, senza che nessuno gliel’avesse chiesta, negò l’autorizzazione a procedere contro Matteoli. Il Tribunale di Livorno sollevò a sua volta un conflitto alla Consulta contro la Camera per quell’obbrobrio giuridico. E il 30 luglio scorso la Camera si costituì in giudizio contro i giudici. Spalancando la strada al ritorno all’immunità automatica, almeno per i ministri, senza neppure cambiare la legge o la Costituzione.
Venerdì 19 novembre, infatti, il Senato ha trascinato alla Consulta anche il Tribunale di Livorno per salvare Mastella e i suoi cari. Richiamandosi al precedente di Matteoli che, per quanto scandaloso, precedente non è perché è un caso totalmente diverso. Per Matteoli la Procura (poi smentita dal Tribunale dei ministri) aveva ritenuto il reato “ministeriale”. Per Mastella nessuno ha mai ventilato un’ipotesi tanto assurda: né la Procura di Napoli, né tantomeno Mastella, che in due anni di indagini e udienza non ha mai eccepito nulla del genere. Del resto, basta leggere i capi d’imputazione: tutti fatti che, comunque li si voglia giudicare, riguardano Mastella come leader dell’Udeur, non certo come ministro della Giustizia. I ministri della Giustizia non si occupano di Asl, Arpac, Aisi, comunità montane, assessori in piccoli comuni, giornali e alloggi di partito. Dunque non c’è motivo per cui la Procura o il Gip debbano investire il Tribunale dei ministri o il Senato. Tutto fila liscio fino all’11 ottobre, quando nella fase finale della discussione in udienza preliminare, la difesa Mastella scopre all’improvviso la competenza del Tribunale dei ministri, invocando il precedente fasullo di Matteoli e sostenendo la ministerialità dei reati. Il Gip ovviamente risponde picche. A quel punto il Senato entra a piedi giunti nel processo e, col voto-inciucio di venerdì, tenta di mandarlo in fumo, denunciando i giudici di Napoli alla Consulta e sostenendo che spetta al Parlamento e non ai magistrati stabilire la ministerialità o meno dei reati commessi da ministri ed ex ministri.
Il paradosso tragicomico è che, secondo la legge costituzionale 1/1989, il Parlamento “può negare l’autorizzazione a procedere” solo se il ministro inquisito “ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”. Ecco: forse lottizzare gli enti pubblici piazzando parenti e raccomandati, concutere pubblici ufficiali, pilotare appalti a fini clientelari, intascare soldi del finanziamento pubblico all’editoria o truffare l’Inail sono condotte tipiche di un ministro della Giustizia e vanno tutelate perché finalizzate a un “preminente interesse pubblico”. Nel qual caso, bloccare il processo a Mastella è poco: bisogna erigergli un monumento equestre
da il fatto quotidiano del 23 novembre 2010

domenica 21 novembre 2010

SALVATE IL PENSIONATO SILVIO







Nel 2006, dopo la risicata vittoria dell’Unione, qualche furbetto dalemiano (Latorre, Caldarola, Rondolino) propose di nominare senatore a vita Berlusconi, dato ormai per spacciato. Due anni dopo era già risorto. Ora ci risiamo. Il Cavaliere non se n’è ancora andato (“piuttosto la guerra civile”, minaccia il leader dei “moderati”) e già gli offrono un “salvacondotto” giudiziario per un’”uscita morbida” contro una “nuova piazzale Loreto”.

Il primo ad auspicare l’“happy end” è Giuliano Ferrara, passato armi e bagagli con Fini coi soldi della famiglia Berlusconi. Gli fa eco sul “Riformista” il professore finiano Alessandro Campi: Fli eviti l’”antiberlusconismo…malattia dello spirito, febbre infantile che alimenta le peggiori frustrazioni… già tomba della sinistra riformista”. Campi non spiega quando mai la sinistra riformista avrebbe contratto l’“antiberlusconismo viscerale”, ma se lo dice lui dev’essere vero. Un altro prof, Rocco Buttiglione, vuole “evitare a Berlusconi la fine di Craxi”. “Se il Cavaliere – spiega Roberto Rao, portavoce di Casini - accettasse di fare un passo indietro, si potrebbe pensare a un salvacondotto per lui”. Secondo La Stampa, “in diversi ambienti - di maggioranza, di opposizione e fuori della politica - si studia un pacchetto che gli eviti un accanimento fuori misura: reintroduzione dell’immunità parlamentare o forme ‘aggiornate’ di prescrizione”. Secondo il rutelliano Bruno Tabacci, “questo è un Paese crudele, che per mondarsi delle proprie colpe, una volta che Berlusconi è caduto, è capace di accusarlo di nefandezze inaudite. Si può ragionare su una uscita senza vendette e senza equivoci”.

Ma gli equivoci sono tutti nelle scombiccherate giustificazioni al salvacondotto. “Se Berlusconi accettasse di fare un passo indietro…”: ma se il premier cade non è una gentile concessione da contraccambiare, è la conseguenza del venir meno della maggioranza. “Evitargli la fine di Craxi”: ma Craxi non fu condannato per vendetta da un tribunale del popolo, bensì per reati comuni, corruzione e finanziamento illecito, in regolari processi normati dal codice voluto dal suo partito (lo scrisse il socialista Vassalli). “Paese crudele capace di accusarlo di nefandezze inaudite”: ma il premier è già da tempo imputato per corruzione giudiziaria, frode fiscale, falso in bilancio, nonchè indagato a Palermo per mafia e riciclaggio e a Firenze per strage. Il salvacondotto non gli eviterebbe dunque le accuse né le relative indagini (già in corso), ma gli eventuali processi (che riprenderanno non appena lascerà Palazzo Chigi) e le possibili condanne. E come si potrebbe ottenere un simile risultato? L’immunità parlamentare lo coprirebbe solo dai procedimenti futuri, non certo da quelli già avviati. Ci vorrebbe una fantasmagorica riedizione del lodo Alfano: nato per lasciar lavorare il premier finchè è in carica, ora dovrebbe lasciarlo lavorare anche da pensionato, quando non lavorerà più. Parola d’ordine: “Lei non sa chi ero io”.

Signornò, da L'Espresso in edicola

venerdì 19 novembre 2010

ELEZIONI SECONDARIE






Il Pd che riesce a perdere anche le primarie del Pd e se la prende con le primarie per non prendersela con se stesso è già uno spettacolo ai confini della realtà. Ma il meglio, o il peggio, deve ancora venire ed è già scritto negli astri, anche se nessuno lo vede perché tutti guardano il dito anziché la luna. Il Pd non esiste. È l’ologramma di una politica senza politica e di un centrosinistra a rimorchio di B. Tre anni fa Silvio e Uòlter si baloccavano con l’ultimo risiko partitocratico: imprigionare a tavolino la realtà complessa della società italiana in uno schema bipartitico (“Pdl e Pdmenoelle”, copyright Grillo). Siccome B., per motivi suoi di potere, voleva costringere gli alleati sempre più riottosi a giurargli eterna fedeltà sul predellino della sua auto, il centrosinistra pensò bene di anticiparlo facendo la stessa cosa. Ne nacque questo abortino che, a parte accelerare la caduta di Prodi, cambiare tre segretari in sei mesi e perdere in due anni tutte le elezioni e un terzo dei suoi voti, non ha combinato nulla.
E ora che, grazie a Fini, B. è alla frutta, i vertici del Pd non sanno cosa mettersi. L’unica idea vagamente popolare che avevano partorito, le primarie, diventa la loro tomba. Per un motivo evidente a chiunque abbia un cervello, dunque non a loro: non hanno la più pallida idea di che cosa siano le primarie e di chi siano i loro elettori. Le primarie servono a far scegliere agli elettori il candidato del partito o della coalizione più adatto per vincere le elezioni. Dunque non può esistere, alle primarie, “il candidato del Pd”. Si candida chi vuole e quello che prende più voti viene sostenuto da tutti. Invece questo trust di cervelli tenta ogni volta di imporre alle primarie il candidato del Pd, che regolarmente perde: o perché è peggio dell’altro, o perché gli elettori scelgono regolarmente l’altro che ha l’indubbio vantaggio di non esser sostenuto dal Pd.
È accaduto in Puglia con Vendola contro Boccia, a Firenze con Renzi contro Pistelli, a Milano con Pisapia contro Boeri. Significa che gli elettori sono più “di sinistra” dei loro dirigenti? Manco per sogno. Gli elettori considerano destra, sinistra e centro categorie un po’ meno attuali di assiri, babilonesi e fenici. Semplicemente scelgono il candidato più conosciuto e/o riconoscibile, dunque incompatibile con le alte strategie uscite dagli alambicchi della nomenklatura.
Tra Casini e Di Pietro, per dire, gli elettori non hanno dubbi: non perché Di Pietro sia più a sinistra di Casini, ma perché, diversamente da Casini, ha sempre combattuto B. Infatti, da tre anni, il primo punto all’ordine del giorno del politburo piddino è scaricare Di Pietro per imbarcare Casini. Se avesse deciso la base, il centrosinistra sarebbe sceso in piazza con i girotondi, con i pacifisti, i noglobal, i noTav, i no-DalMolin, i grillini, la Cgil, la Fiom e il Popolo viola. Infatti se n’è tenuto a debita distanza: la piazza no, guai, è pericolosa.
Dopo la vittoria di Vendola su Boccia, D’Alema ridacchiò: “Il problema non è vincere le primarie, ma le secondarie, cioè le elezioni”. Vendola vinse pure le elezioni. Allora il geniale Fioroni propose “primarie finte” per far vincere il candidato di partito. Letta (Enrico, lo zio Gianni non avrebbe mai osato), spiegò che “le primarie soffocano le possibilità di successo del nostro candidato”. Ora, dopo la tranvata milanese, temendo che Vendola vinca anche le primarie nazionali, il Pd non si pone neppure il problema di trovare un candidato più credibile di lui (e di Bersani, ça va sans dire): vuole abolire le primarie. Secondo il noto perditore Boccia, “sono ormai diventate un regolamento di conti tra ex Pci”. Il sagace Follini, noto trascinatore di folle, tuona contro “il culto delle primarie che rischia di trasformare il Pd in campo di battaglia per le scorrerie di tutti gli altri” (quelli che vincono). Sublime il professor Ceccanti: “Il Pd è diventato un partito di sinistra e allora è inutile fare le primarie perché quasi sempre vincerà un candidato minoritario”. A questo punto torna utile una nostra vecchia proposta: abolire le elezioni. Anzi, meglio ancora: gli elettori.
da: voglioscendere.it

sabato 30 ottobre 2010

IL CODICE DELLO ZIO OSTELLINO


















Per anni le rubriche di Piero Ostellino sul Corriere erano considerate come i borbottii del vecchio zio un po’ bizzarro e picchiatello dei romanzi di Jerome, tipo “Lo zio Piero appende un quadro”. Quello che attacca bottoni infiniti, ma in fondo, a piccole dosi, mette buonumore. Ultimamente però l’incontinente zio Piero ha preso a tracimare con editoriali e articolesse, in cui parla a nome del giornale (“noi del Corriere…”). E la faccenda s’è fatta terribilmente seria. Finchè difendeva Moggi e Ricucci, dedicava articoli luttuosi alla morte del suo cane, tuonava contro lo Stato illiberale (“il Leviatano oppressore”) che perseguita i pirati della strada perché “il limite di velocità è diventato una forma di lotta di classe, le auto di grossa cilindrata sono il Palazzo di Inverno da assaltare e l’autovelox l’incrociatore Aurora che dà il via alla rivoluzione egualitaria”, si poteva assecondarlo con qualche sorriso imbarazzato. Ma, da quando si crede il direttore del Corriere, c’è poco da ridere.
Un giorno chiede “le dimissioni di Fini da presidente della Camera in quanto incompatibile con la nuova veste di oppositore del governo”, ma dimentica di specificare quando mai Fini si è opposto a un atto del governo e come mai noti oppositori come Pertini e la Jotti diventarono presidenti della Camera. Un’altra volta se la prende con l’inchiesta di Report sulle ville acquistate dal premier ad Antigua da una misteriosa offshore e sul suo conto corrente all’Arner Bank indagata per riciclaggio (“cattivo giornalismo”, “propaganda politica”). E scrive ben tre pezzi per difendere il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, indagato per le minacce alla Marcegaglia: a suo dire le intercettazioni sono illegali in quanto il di lei “portavoce Arpisella, non essendo inquisito, poteva essere intercettato solo se avesse contattato e/o venisse contattato da un inquisito”. Forse non sa che il giudice può pure intercettare non indagati che parlano con altri non indagati, se depositari di notizie utili alle indagini (per esempio i familiari di un sequestrato). Il pover’uomo parla di “indagine preventiva su un’inchiesta giornalistica di là da venire e già immaginata come reato”. Forse gli sfugge che un’inchiesta giornalistica si scrive e si pubblica, non si tiene nel cassetto per minacciare di tirarla fuori quando l’interessato critica il governo. Altrimenti è un ricatto, cioè un reato.
Nessuno dovrebbe saperlo meglio di Ostellino, che proprio un anno fa invocò giustamente le dimissioni di Marrazzo perchè “ha ceduto al ricatto e pagato i ricattatori. Il ricatto è un reato, al quale mai si deve sottostare, tanto meno un uomo pubblico”. Ora, per il nostro codice, il ricatto è reato per chi lo commette, mentre chi lo subisce di solito è vittima di estorsione. Invece, per il Codice Ostellino, chi lo subisce deve dimettersi e chi lo fa è un paladino della “libera informazione che fa il proprio mestiere”. Perché “a noi del Corriere non piace il giornalismo militarizzato”. Ben detto, zio.
Signornò, da L'Espresso in edicola

giovedì 28 ottobre 2010

BALLA CHE TI PASSA






Al posto di B. cominceremmo seriamente a preoccuparci. Da qualche settimana stanno crollando l'una dopo l’altra tutte le fondamenta del suo strepitoso successo: le balle. Nel dorato mondo berlusconiano, le bugie hanno sempre avuto gambe lunghissime. Ultimamente invece durano lo spazio di un mattino. Anche perché lui stesso, complice l’arteriosclerosi, contribuisce a strozzarle sul nascere, nella culla. Non riesce più a coordinarsi con se stesso. Aveva appena convinto i suoi fans che non è lui a volere lo scudo Alfano, ma i suoi alleati che glielo impongono a sua insaputa. Intanto che ti fa? Rilascia un’intervista per il nuovo (si fa per dire) libro (si fa per dire) di Vespa e dice l’esatto contrario: lo scudo “è indispensabile contro certi pm”, quindi è lui che lo vuole. Come dice Vergassola, “mente sapendo di smentire”. Il bello delle sue autosmentite è che è falsa sia la prima affermazione, sia la seconda che la contraddice. Infatti lo scudo non riguarda i pm: non blocca le indagini, ma i processi dopo il rinvio a giudizio, quindi gli serve contro “certi giudici”, non contro “certi pm”, che con o senza scudo continueranno a fare quel che fanno oggi. A proposito di pm: quelli di Roma, che avevano generosamente aperto un’inchiesta per truffa a gentile richiesta di Storace (loro affezionato cliente) sulla casetta di Montecarlo, hanno chiesto l’archiviazione per Fini e Pontone in quanto non è emersa alcuna truffa. Chiunque abbia letto anche distrattamente il codice penale, lo sapeva fin dall’inizio: la vicenda investe al massimo il costume, o il malcostume, di favorire un parente acquisito vendendo a prezzi modici un alloggio a una società estera da lui segnalata e chiudendo poi un occhio sul fatto che lui l’ha presa in affitto. L’idea di trasformarla in un reato poteva venire solo al Giornale e a Libero, che comprensibilmente non possono sottilizzare sulla questione morale in casa Fini, avendo sempre sorvolato su quelle criminali in casa B. Così ora l’affaire Montecarlo è un caso chiuso. Se ne dovranno inventare un altro, ma non faticheranno a trovarlo. E, se non lo trovano, lo inventeranno. Perché le balle di B. e famiglia hanno questo di bello: morta una, se ne fa subito un’altra. Muore tra le puzze la balla del miracolo della monnezza, che non riemerge solo a Napoli, ma pure a Palermo. Defunge la balla dei brogli della sinistra, fra liste fasulle nel Piemonte di Cota e firme false nella Lombardia di Firmigoni. Viene a mancare all’affetto dei suoi cari la superballa del “meno tasse per tutti”, visto che le tasse non fanno che aumentare e, col federalismo fiscale, vedrete che festa. Crollano miseramente le balle sulla “missione di pace”, quella degli italiani-brava-gente che sbarcano in Iraq e in Afghanistan per costruire ponti, scuole, ospedali, piantare fiori, innaffiare le aiuole, baciare bambini: sparavano anche i nostri, persino contro le ambulanze e, ogni tanto, qualcuno rispondeva al fuoco (ci vuole un certo impegno per riuscire a sparare sulla Croce rossa). Chiamasi guerra, non pace. Evaporano le balle sulla privacy difesa dai “garantisti” del Pdl contro la sinistra e la stampa “giustizialiste”: finanzieri arrestati perché spiano i redditi dei nemici di B. e li passano a Panorama, dossier accumulati o minacciati dal Giornale contro chi dà noia a B., foss’anche la presidente di Confindustria. Svanisce la balla delle intercettazioni e delle fughe di notizie pilotate dal “partito delle procure” per screditare l’inerme centrodestra: il dvd con le telefonate segrete Fassino-Consorte veniva graziosamente portato in dono a B. perché lui o chi per lui ne facesse buon uso. Ora potrebbe sfarinarsi anche la balla del ministro Maroni impavido difensore della polizia contro i violenti che le oppongono resistenza, se solo qualcuno osasse raccontare che Maroni ha una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale avendo fatto violenza alla polizia. Ma sarebbe troppo. Vorrebbe dire che l’informazione informa. Un lusso che non possiamo permetterci.
DA: il fatto quotidiano 27.10.2010

giovedì 21 ottobre 2010

LA CASTA

LA CAMERA BOCCIA COMPATTA LA PROPOSTA DI ABOLIRE IL VITALIZIO PER I DEPUTATI IN CARICA E QUELLI CESSATI SI POTEVANO RISPARMIARE 150 MILIONI DI EURO ECCO IL VIDEO DELLA VOTAZIONE



martedì 19 ottobre 2010

SALVIAMO ANNO ZERO


ECCO COSA FARE PER SPEDIRE E MAIL PER SALVARE ANNO ZERO IN NOME DELLA LIBERTA DI INFORMAZIONE


lunedì 11 ottobre 2010

L'ONOREVOLE PUNTA AL VITALIZIO






Prima del prossimo maggio difficilmente si andrà a votare. Perché 245 deputati e 107 senatori matureranno la pensione in primavera. E quello contro lo scioglimento anticipato dello stipendio è il partito più forte del Parlamento


Al diavolo le dichiarazioni di guerra del capo della Lega Umberto Bossi che tuona chiedendo le elezioni anticipate come unico rimedio per togliere le pastoie al governo e sottrarsi al ricatto dei "traditori" di Futuro e Libertà. E non parliamo poi del leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro, un altro da non prendere in considerazione quando anche lui proclama la necessità di chiudere la legislatura per tentare con il voto di mettere in ginocchio il Pdl e distruggere Berlusconi. Va già meglio la linea del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che prima del ritorno alle urne ipotizza un governo di transizione. Altro che elezioni anticipate: per un folto drappello parlamentare l'Italia ha bisogno di continuità politica. Per risolvere la crisi economica, ma soprattutto per consentire agli onorevoli deputati e senatori che ne hanno bisogno di completare felicemente la legislatura.
E già, mentre Fini e Berlusconi se le danno di santa ragione mettendo a rischio la sopravvivenza del Parlamento e l'opposizione è dibattuta sul ritorno al voto, a Montecitorio e palazzo Madama sta in agguato e silenziosamente preme uno schieramento che della stabilità ha fatto un vero dogma e che in fatto di numeri nulla ha da invidiare ai gruppi parlamentari più forti. Si tratta del Pap, il Partito degli aspiranti alla pensione, deputati e senatori che desiderano solo completare il mandato per maturare l'anzianità indispensabile per riscuotere il ricco vitalizio: cinque anni alla Camera, solo quattro anni e mezzo, e vai a capire perché, al Senato.
Nella lista degli esponenti del Pap c'è di tutto: parlamentari illustri di destra e di sinistra che almeno a prima vista dovrebbero temere poco lo scioglimento anticipato delle Camere visto che, almeno loro, in Parlamento dovrebbero tornarci sicuramente. Gente del rango di Pietro Lunardi, Giorgia Meloni, Raffaele Fitto e Mariastella Gelmini tra i berlusconiani; o di Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc; Gianrico Carofiglio (scrittore e magistrato) e Ricardo Franco Levi, ex braccio destro di Romano Prodi, del Pd. Ma ci sono anche, e sono la maggioranza, soprattutto sconosciuti peones che per approdare in Parlamento hanno dato fondo a tutte le loro risorse, risparmi compresi, che devono ancora rifarsi delle spese e che della ricandidatura non sono affatto sicuri.
Comparse come Mario Lovelli, Francesco Laratta e Daniele Marantelli tra i democratici. O come Eugenio Minasso, Giustina Mistrello Destro o Marco Martinelli del Pdl. Tutti semisconosciuti vicinissimi al traguardo del vitalizio e che per assicurarselo potrebbe ricorrerre ad ogni mezzo, magari anche qualche cambio di campo.
Un'esagerazione? Può darsi, ma un assaggio di quello che potrebbe accadere sempre più spesso in Parlamento lo si è visto alla fine di settembre, quando Berlusconi ha chiesto la fiducia. Fosse andato in minoranza ("Senza voti, tutti a casa", lo slogan del Cavaliere), lo spettro delle elezioni si sarebbe materializzato pericolosamente. Una eventualità che stava mettendo a repentaglio i consensi dei senza-pensione. Per questo il premier è corso ai ripari promettendo a tutti i suoi la rielezione e avviando la campagna-acquisti che ha visto emigrare nella maggioranza una decina di parlamentari dell'opposizione. Gente proveniente soprattutto da Udc e Pd, ma anche dalle file del Pap e più che mai vogliosa di allungare la vita della legislatura per conquistarsi il vitalizio.
Qualche nome: Bruno Cesario, ex Api, e Americo Porfidia, ex Idv, ai quali mancano meno di 200 giorni alla pensione, per esempio; l'ex democratico Massimo Cima Calearo, imprenditore di professione, uno che del vitalizio non dovrebbe avere bisogno (a lui mancano 900 giorni), anche se con la crisi che corre non si sa mai.
Guai dunque a sottovalutarli, i parlamentari del Pap. Alla Camera sono addirittura in maggioranza: ben 394 su 630. E soprattutto sono ben distribuiti in un temibile schieramento trasversale che ne vede allineati 135 nel Pdl, 144 nel Pd, 44 tra i leghisti, 21 nell'Udc, 17 tra i finiani e i dipietristi, per non parlare dei 16 del gruppo misto. E lo stesso capita al Senato dove gli eletti che devono ancora conquistarsi il vitalizio sono 172 su 321, 36 in più degli iscritti al gruppo Pdl. Numeri importanti se si dovesse arrivare al redde rationem.
da: espresso.it

venerdì 17 settembre 2010

LE ANIME MORTE DELLA SINISTRA






Bisognerà prima o poi arrendersi all’evidenza. Ci meritiamo – oltre al Berlusconi che ogni giorno costruisce la sua fuga dai processi – anche e specialmente tutto lo spettacolo complementare della sinistra, l’antico Bersani e il modernissimo Veltroni, il puntiglioso Franceschini e il rotondo Vendola, tutti capaci di declinare questa perfetta irrilevanza politica che morendo tutti i giorni, tiene in vita quell’altro accampamento speculare: le anime morte della libertà.
E’ un gioco di concavi e convessi. A destra regna la baraonda, la compravendita dei voti, il baratto dei parlamentari, la dissoluzione di tutti i progetti a parte quello destinato a preservare l’impunità del Capo. A sinistra regna il nulla.
Nessuno tra i molti candidati al prossimo soglio democratico che sappia imbracciare una nuova narrazione, parlare dei precari senza prospettive e dei terremotati senza case, dell’acqua privatizzata e della scuola pubblica dissolta. Svelare le bugie archiviate, ricordare le promesse non mantenute. Raccontare il disastro internazionale dell’Italia che marcia con Sarkozy, si piega con Putin, rotola con Gheddafi. Opporsi all’implosione dentro la quale la Lega ci sta trascinando con le sue scuole tatuate col sole celtico, e le camicie verdi che circondano il tricolore per bruciarlo.
Possibile che nessuno a sinistra alzi più la voce? Bisognerà pur dire che Bossi non è un avversario, ma un nemico della Nazione. Che il suo alfabeto è una minaccia. E che il suo migliaio di caporali pieni di rancori e di razzismo dovrebbero piantarla di ruttare a nome del Nord. E’ troppo chiedere a questa opposizione da nulla una voce, un proposta, una solenne incazzatura?
da: voglio scendere

domenica 12 settembre 2010

ALTA PRESSIONE PER MENZOLINIOK






A proposito della portata eversiva delle cronache dall’estero, giunge notizia delle furibonde polemiche suscitate a Londra dalla visita di Mark Thompson, direttore generale della Bbc, al numero 10 di Downing Street per incontrare il portavoce del premier Cameron. La stampa britannica, alla vista della foto che immortala il numero uno della tv pubblica entrare nella residenza del primo ministro, fa notare che “l’appuntamento è del tutto irrituale, inedito e molto preoccupante”. Nessuno infatti è riuscito a trovare qualche precedente del genere. Il leader laburista Miliband chiede alla Bbc di “fugare anche il più piccolo dubbio che la sua indipendenza editoriale sia stata compromessa”. E Thompson replica che “nell’incontro non è avvenuto nulla di compromettente per l’indipendenza della testata”. Tutto questo a Londra.

Ora fate un bel respiro, cercate di restare seri e pensate intensamente a Bruno Vespa e Augusto Minzolini, responsabili dell’informazione e approfondimento sulla prima rete della tv pubblica italiana. I due sono di casa a Palazzo Grazioli e nelle altre ville del Residente del Consiglio, ma questo è l’aspetto meno rilevante, anche se a Londra basterebbe a dare scandalo. Figurarsi che si direbbe di loro in un altro Paese se si sapesse che il primo pubblica i suoi libri per la casa editrice di B. (Mondadori) e il secondo ha tenuto per anni una rubrica su un settimanale edito da B. (Panorama) prima che B. lo nominasse direttore del Tg1 ad personam. Nessun giornale e nessun Pd ha chiesto ai vertici Rai di “fugare anche il più piccolo dubbio che la sua indipendenza editoriale sia stata compromessa”. Anche perché la richiesta andrebbe inoltrata a Masi, pure lui nominato da B. Masi del resto è occupatissimo: deve convincere Vespa a condurre il Festival di Sanremo con i colleghi Pippo Baudo, Emanuela Arcuri ed Elisabetta Canalis. Ma l’insetto fa il ritroso e non ha ancora sciolto la riserva: dipenderà dai décolleté della Arcuri e della Canalis, viste le tempeste ormonali senili che già lo colpirono in una celebre puntata di Porta a Porta dedicata ai seni siliconati e che sono riesplose l’altra sera al premio Campiello, quando lo sguardo lubrico dell’anziano satiro maculato si è posato sulle grazie di una giovane scrittrice trattata da velina.

In compenso la Rai seguita a ignorare le clamorose novità della politica, regalando praterie inesplorate a La7 di Mentana che ha quadruplicato gli ascolti con un vecchio e subdolo trucco sconosciuto al servizietto pubblico: dare le notizie (poi, certo, non vedere più la faccia e le camicie di Piroso aiuta). L’altra sera, mentre La7 seguiva passo passo la svolta di Fini e la crisi del governo B, l’insetto mandava in onda uno speciale Porta a Porta dedicato a Fiorello e alla sua signora.
Minzolingua invece sperimentava la nuova par condicio preelettorale facendo commentare il discorso di Fini a Gasparri e a Cicchitto, l’uno in rappresentanza del Pdl, l’altro della P2 (mancavano purtroppo i delegati della P3, trattenuti da un legittimo impedimento: sono tutti in galera). Ieri poi, vedendo B. in stato confusionale, gli ha dato la linea con un sapido editoriale dei suoi. Contro Fini, chi l’avrebbe mai detto (c’era pure La Russa, per par condicio). “Io – spiegava l’altro giorno Scodinzolini a Libero – cerco di fare un tg equilibrato, che dà spazio a tutti. I numeri sono abbastanza chiari”. Infatti il Tg1 perde ascolti a rotta di collo. “Io – proseguiva il fine umorista – ho dato un’anima al Tg1 e non sono affatto fazioso, ma pluralista, avendo come interlocutore il Paese”. Niente di meno. Infatti “abbiamo intervistato Bersani e anche Epifani”. Roba forte. E, beninteso, “quando non sarò d’accordo col premier lo dirò chiaramente”. Gliele canterà chiare. Ma già “in questi mesi abbiamo dimostrato di saper andare controcorrente, prendendo posizioni scomode”. Quasi tutte quelle del Kamasutra, ma soprattutto una: B. sopra e lui sotto.

sabato 4 settembre 2010

AL LEGHISTA PIACE L'AUTO BLU








Con l'auto blu si faceva viaggetti fino a casa dei suoceri. Accompagnava la fidanzata, oggi moglie (conosciuta a un comizio di Bossi), dal dentista. S'è fatto scorazzare fino alla casa al mare a Santa Margherita di Caorle. E pure con autista e macchina di servizio ha raggiunto l'aeroporto di Malpensa quando partiva per il viaggio di nozze.

Edouard Ballaman, 48 anni, è un leghista tutto d'un pezzo. Almeno a parole. Deputato per tre legislature, commissario del partito in Friuli, oggi presidente del Consiglio regionale, ha sempre tuonato contro sprechi e abusi di potere. E' quello che si presentò in aula con la pistola spiegando che la sua rigidità sui temi della legalità e dell'immigrazione lo esponeva a pericoli personali.

Ma agli slogan da buon leghista non corrispondevano i fatti: sono circa settanta (guarda) infatti i viaggi con autista e auto blu che Ballaman ha compiuto nei due anni e mezzo da presidente del parlamentino del Friuli, come oggi ha rivelato il Messaggero Veneto (leggi).

E pensare che il primo aprile scorso il leghista aveva convocato i giornalisti e si era fatto fotografare sulla sua vecchia Rover verde padano dichiarando che dal quel giorno avrebbe rinunciato all'auto blu per risparmiare.

Una decisione che, secondo i conti della Regione Friuli Venezia Giulia, costa oggi alle casse pubbliche circa 3200 euro al mese di rimborsi. Ben di più di quanto spendeva prima pur usufruendo dell'auto di servizio anche per viaggi, cene e appuntamenti della sua agenda privata. Alcuni degli spostamenti contestati a Ballaman riguardano poi raduni leghisti e riunioni di partito.

E così in una delle regioni dove Bossi raccoglie maggiori consensi è scoppiata la bufera sulla doppia morale dell'esponente del Carroccio.

La Corte dei Conti ha immediatamente aperto un'inchiesta per verificare eventuali danni erariali. Imbarazzo nella maggioranza di centro-destra e fra i compagni di partito. "I miei legali valuteranno come comportarsi", si limita a dire a L'espresso Ballaman.

Ma la polemica sta montando. Le richieste di dimissioni, pur ancora informali, arrivano da centro-sinistra, ma anche nel Pdl e nella stessa Lega sono in molti a ripetere che un passo indietro sarebbe opportuno.

http://messaggeroveneto.gelocal.it/dettaglio/i-viaggi-di-ballaman-in-auto-blu/2309249
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/carroccio-sprecone/2129447

da: l'espresso.it

venerdì 16 luglio 2010

NEL BUNKER DELLA CRICCA





Ma l'amico... l'amico Lombardi è in grado di agire?". Al telefono Roberto Formigoni è supplichevole. Teme che la sua lista venga esclusa dalle elezioni e invoca l'intervento dell'"amico Lombardi": "Ti prego!". Ignora chi sia l'uomo di cui sta invocando il sostegno: un geometra che fatica a parlare in italiano e fa replicare alla supplica del governatore con un "dicitangill pure a chill amic tui su a Milan (diteglielo anche a quell'amico tuo su a Milano)". Eppure l'irpino Pasquale Lombardi, celebre nel suo giro per l'incapacità di sedere a tavola senza imbrattarsi di sugo ("Il nostro comune amico che quanno magna se sporca sempre..."), con il suo eloquio da Pappagone riusciva ad entrare in tutti i palazzi del potere. Il suo motto era semplice: "Arriviamo, arriveremo dove dobbiamo arrivare". In Cassazione, nel ministero dell'Economia e in quello della Giustizia, nel Consiglio superiore della magistratura, nel Pirellone, nella presidenza della Sardegna, in ogni procura d'Italia, il geometra Lombardi trovava sempre le porte aperte. Snocciolava una serie di diminuitivi affettuosi - Fofò, Nicolino, Pinuccio, Giacomino - con cui si rivolgeva a sottosegretari, coordinatori di partito, governatori e procuratori della Repubblica. Fino a incontrare "Chillu cess' e Nicola", al secolo Nicola Mancino, vicepresidente del Csm e suo compaesano. E non era l'unico a godere di simili frequentazioni, intime e pericolose.





da: l'espresso.it

sabato 19 giugno 2010

MA QUANTO FILO SPINATO SERVIRA' AL CAVALIERE PER CHIUDERE LA RETE






Ma il regimetto che vorrebbe instaurare il Cavaliere con la sua legge Bavaglio di quante barriere mediatiche avrà bisogno? Ci sarà abbastanza filo spinato per imprigionare non solo la testa e le testate dei sudditi italiani, ma pure gli spazi orizzontali della Rete? E come?

Facciamo il caso doppio di un Bertolaso rinviato a giudizio e di una signora Mastella prosciolta da ogni accusa (lo so, lo so, ma è solo un’ipotesi) rispettivamente con intercettazioni e altre prove che incastrano uno e scagionano l’altra. E facciamo il caso che giornalisti francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli pubblichino in Rete quegli atti ottenuti da accusa e difesa, come è consentito in ogni legislazione democratica. Accadrebbe che quegli stessi documenti vedrebbero immediatamente la luce pure qui, da noi, dove il Cavaliere vorrebbe il silenzio birmano dei giornali e le censure post sovietiche delle televisioni nella Russia di Putin.

Nella Cina che assedia il Tibet e i diritti dei lavoratori, lavorano 40 mila funzionari del partito comunista per monitorare costantemente la Rete, spegnere i siti, cancellare le immagini, fermare la libertà di parola. E ci sono corpi di polizia specializzati nella caccia ai trasgressori che in silenzio finiscono nei campi di detenzione. Accadrà anche qui?

E chi ci sarà a guidare questa polizia del pensiero, Paolino Berlusconi? Paolino Bonaiuti? Paolino Romani? Quei simpatici perdigiorno della Commissione parlamentare di vigilanza? E coadiuvati da chi, dai paracadutisti della Folgore, che dopo selezioni durissime, oggi fanno la guardia ai ciclomotori parcheggiati nelle più belle piazze di Roma?
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Ninna nanna, ninna nonno - Le poesie di Carlo Cornaglia
La legge sul bavaglio è ormai in arrivo
e pochi giorni fa Napolitano
con intervento molto combattivo
si è opposto alla protervia del caimano.

La soluzion, pur se non condivisa,
sia almen la più accettabile per tutti!”,
frase da scompisciarsi dalle risa
sapendo quanto sono farabutti
da : valuty fair 16 giugno 2010

martedì 1 giugno 2010

MA CI SIETE O CI FATE?







Il dibattito parlamentare sulla legge bavaglio Al Fano è meglio del cabaret, anche perché è tutto gratis. Da due anni, da quando B. temeva l’uscita di intercettazioni che avrebbero svelato il quarto segreto di Fatima (perché alcune ministre sono ministre), va in scena la seguente pantomima: il governo di un noto corruttore ed evasore, amico di mafiosi e papponi, commissiona al suo Guardasigilli-portaborse e al suo onorevole-avvocato una legge che favorisce mafiosi, papponi, corruttori, evasori e, siccome la legge è uguale per tutti, anche truffatori, scippatori, rapinatori, spacciatori, sequestratori, stupratori e assassini. Li immunizza dal rischio sia di essere scoperti e puniti, sia di finire sui giornali per quello che sono.

Basterebbe ricordare il mandante, gli esecutori materiali e l’utilizzatore finale della legge anti-intercettazioni per capirne il movente. Basterebbe ricordare come si è giunti a incastrare B. nei suoi vari processi per rendersi conto che è tagliata su misura di quei precedenti per evitare che si ripetano: l’articolo Mills, il comma D’Addario, il preambolo Trani, il codicillo Mediaset, il cavillo Dell’Utri, l’inciso Saccà. Ma ricordare queste cosette non si può, se no la gente capisce tutto, compresi i beoti che han votato B. bevendosi la superballa della “sicurezza” pensando alla propria, mentre lui pensava alla sua. Dunque ecco assieparsi intorno alla legge Al Nano un termitaio di opinionisti un tanto al chilo, giuristi per caso, scalatori di discese, sfondatori di porte aperte, statisti di chiara fama ma soprattutto fame: tutti intenti a commentarla in punto di diritto e in punta di forchetta, a prescindere, fingendo che davvero serva a tutelare la privacy, la reputazione e il segreto investigativo, e non a salvare le chiappe a B. e alla sua banda larga (secondo Pigi Battista, per dire, la legge la fanno per Francesca, la massaggiatrice della “ripassata” a Bertolaso).

All’inizio Al Fano restrinse il novero dei reati “intercettabili”. E tutti a meravigliarsi: ohibò, ma così non s’intercetta più per corruzione, per frode fiscale e per i reati-fine tipici dei mafiosi. Oh bella, ci voleva tanto a capire che la legge è fatta apposta? Ponzio Napolitano convocò Angelino Jolie per una bella lavata di capo, pardon un “alto monito del Colle”, e lo rimandò indietro a caccia di “una riforma condivisa”. Nessuno osò obiettare che gli unici a condividerla sono i criminali. Il Guardagingilli tentò di occultare movente e mandante con un’altra versione: s’intercetta per tutti i reati ora intercettabili, ma solo in presenza di “gravi indizi di colpevolezza”, cioè s’è già scoperto il colpevole, cioè mai. Il solito esercito di ipocriti ricadde dal pero: ohibò, imporre i gravi indizi di colpevolezza è come dire che non si intercetta più. Ma va? Chi l’avrebbe mai detto.

Il premier fa di tutto per comunicarci che è pronto a tutto, anche a mandare impuniti migliaia di delinquenti comuni, pur di nascondere i reati suoi e degli amici degli amici. Ma nessuno gli dà retta e si continua a disquisire di commi e sottocommi, emendamenti e subemendamenti per “migliorare” la legge. Al Fano, esausto, fa uscire i gravi indizi di colpevolezza dalla porta e li fa rientrare dalla finestra. Riecco la falange dei finti tonti. “Ancora un piccolo sforzo”, dice il Pd. “Fuochino, via la norma transitoria sui processi in corso e ci siamo”, dicono i finiani, impegnatissimi a limitare i danni di una legge della loro stessa maggioranza. L’Anm chiede “tre cose semplici: niente limite di 75 giorni, niente divieto per le ambientali, niente competenza ai tribunali collegiali. Poi la legge va bene”. Hai detto niente: così non resta più nulla. E che la fanno a fare, la legge contro le intercettazioni, se non abolisce le intercettazioni?
Tutto è pronto per la comica finale: Veltroni, il Pd e Ciampi chiedono a Berlusconi di fare piena luce sulle stragi. Certo, come no. Quello che, alla domanda “dove ha preso i soldi?”, si avvalse della facoltà di non rispondere, ora dovrebbe dire la verità sulle stragi. Magari s’intercetta da solo mentre la dice. Ma questi ci sono o ci fanno?
da:il fatto quotidiano

sabato 29 maggio 2010

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: BOCCIATA IN INFORMATICA






Doveva essere uno dei fiori all'occhiello nell'ammodernamento della pubblica amministrazione. Si sta rivelando invece un'autentica catastrofe. Lo certifica lo stato di agitazione dichiarato dal personale per denunciare le difficoltà riscontrate nel pagamento delle pensioni a causa dell'inattendibilità dei dati contabili e le altre inefficienze del nuovo sistema.

Doveva costare non più di 175 milioni secondo i programmi più trionfalistici e siamo invece arrivati a toccare quasi i 400. Doveva essere terminato da almeno un paio d'anni, invece i lavori non sembrano aver fine. Si tratta del sistema informatico dell'Inpdap, l'Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica, l'ente che liquida quasi tre milioni di pensioni. Le lamentele di qualche ex amministratore, una interrogazione parlamentare, ma soprattutto le proteste delle Rappresentanze sindacali di base (Rdb) stanno portando a galla la questione. "Siamo di fronte a un autentico scandalo", afferma l'ex consigliere d'amministrazione dell'Inpdap Simone Gargano. "Le inefficienze del sistema che personale e utenza stanno pagando sono troppe", rincara Massimo Briguori, del coordinamento nazionale Rdb, "ma soprattutto sono intollerabili visti i soldi spesi. Ci chiediamo perché la Corte dei conti non sia intervenuta".

L'incredibile storia del nuovo sistema informatico dell'Inpdap, oggi guidato dal commissario straordinario Paolo Crescimbeni, inizia nel 2004, quando alla testa dell'ente arriva Marco Staderini, manager di fiducia e grande amico di Pier Ferdinando Casini, che non a caso lo ha voluto anche alla Rai. Una delle prime mosse di Staderini è proprio quella di bloccare gli investimenti programmati dal precedente vertice sul vecchio sistema nato dalla fusione degli apparati informatici di enti come Enpas e Inadel, confluiti nell'Impdap, e di affidare ad alcuni consulenti esterni un'indagine approfondita sui suoi pregi e difetti. Ne esce una diagnosi impietosa, che spinge lo stesso Staderini a mettere a punto un piano industriale basato sulla totale revisione del sistema informatico. Una delibera del luglio 2004 stabilisce che l'intervento dovrà avvalersi del cosidetto principio del 'riuso', un criterio in base al quale per il rifacimento del sistema si dovrà attingere a quelli già in funzione in altre pubbliche amministrazioni, in questo caso soprattutto all'Inps.

Secondo i vertici Inpdap la scelta era da considerarsi particolarmente vantaggiosa sia sotto l'aspetto dei costi che dei tempi necessari a realizzare il nuovo sistema. Staderini e i suoi tecnici arrivarono a dire che grazie al 'riuso' si sarebbero spesi al massimo 175 milioni e che il nuovo apparato sarebbe entrato in funzione entro quattro anni. Una previsione infondata, considerando come sono andate le cose. Dopo quasi sei anni, infatti, mentre i lavori risultano tutt'altro che terminati visto, che le pensioni vengono ancora calcolate e gestite con il vecchio sistema, di milioni ne sono già stati spesi circa 400, secondo le fonti interne consultate da 'L'espresso'. Con molti interrogativi anche sulla trasparenza delle procedure. Nella pubblica amministrazione il ricorso a gare a evidenza pubblica dovrebbe essere la regola. Al contrario, l'Inpdap ha fatto ricorso ad affidamenti diretti in oltre il 70 per cento dei casi. Una scelta che ha finito per favorire un ristretto pugno di aziende come Finsiel, Eustema, Csi Management, Ibm, Almaviva, Kpmg, Elsag Datamat e Telecom Italia. E che oggi i sindacati mettono pesantemente sotto accusa.

domenica 16 maggio 2010

LISTE DI MAGGIO

Era di maggio. Il millenovecentottantuno, per l’esattezza. L’otto maggio 1981 due giovani magistrati milanesi, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, inviarono al presidente del Consiglio Arnaldo Forlani un elenco con 953 nomi sequestrato ad Arezzo al gran maestro della Loggia P2 Licio Gelli. Dopo averlo tenuto nel cassetto dodici giorni, la sera del 20 maggio Forlani ne autorizzò la pubblicazione. Ministri, parlamentari, generali, direttori di giornale, imprenditori, i vertici delle forze armate e dei servizi segreti: lo scandalo più grave della storia repubblicana. Il governo resistette sei giorni alla bufera. Poi, il 26 maggio, si dimise.Sono passati trent’anni e spunta un’altra lista. Al posto di Gelli c’è l’imprenditore Diego Anemone. Non si parla di associazione sovversiva ma di ristrutturazioni e ricostruzioni edilizie: case, appartamenti, ville in campagna. Per il resto, però, è cambiato poco: tra i 400 nomi ci sono ministri all’epoca in carica (Scajola e Lunardi), ex ministri (Nicola Mancino, oggi vice-presidente del Csm), due giudici della Corte costituzionale (Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri: nella casa di Mazzella ci fu una cena con Berlusconi pochi mesi prima della sentenza della Consulta sul lodo Alfano), alti dirigenti Rai (Mauro Masi e Giancarlo Leone), parlamentari, attori, giornalisti, registi… E figli, parenti, mogli in via di divorzio da sistemare. Qualche nome, è incredibile, compare in entrambi gli elenchi. Per esempio, l’ex deputato dc e poi ministro in quota An nel primo governo Berlusconi Publio Fiori: nella lista di Gelli figurava come tessera n.1878, poi prosciolto da ogni addebito, in quella di Anemone è annotato con un appartamento da ristrutturare nel quartiere Prati.Nessuna somiglianza tra le due liste, intendiamoci. Per la P2 l’accusa era di cospirazione contro lo Stato. Dalla loggia di Gelli erano passati tutti i più delicati misteri italiani: stragi, scandali, il rapimento Moro, il crack del Banco Ambrosiano. Anche se, ancora oggi, c’è chi si ostina a rappresentare gli affiliati di Gelli come un gruppo di amiconi in gita scolastica. “La P2 era un club, un modo di creare relazioni”, l’ha liquidata l’altro giorno Giorgio Stracquadanio del Pdl. Per i clienti di Anemone si parla di sciacquoni, tapparelle, tappezzeria, doppi vetri alle finestre, mobiletti, piastrelle del bagno: niente che possa attentare alla democrazia, d’accordo.

Dalla Libera Muratoria al Muratore Scontato, dal Gran Architetto dell’universo all’architetto Zampolini, non è la stessa cosa, no.Eppure è la stessa Italia e lo stesso modo di farsi largo, di comandare, di vivere. A colpi di conoscenze, di raccomandazioni, di pubbliche relazioni. Gli amici degli amici, i favori, le attenzioni per mogli e figli perché altrimenti che senso avrebbe dirsi cattolici, professare il valore della famiglia, principio non negoziabile (è tutto il resto che lo è)? Nella lista di Gelli c’era una certa Italia: affarista con il pretesto dell’anti-comunismo e della fedeltà atlantica. In quella di Anemone ci sono il Viminale, la Rai, il Vaticano, il Viminale, i funzionari pubblici, i servizi segreti. In una parola, Roma. Con le sue frequentazioni e le sue seduzioni.La pubblicazione della lista Gelli, nel 1981, provocò un terremoto, la caduta del governo Forlani, per la prima volta la Dc perse palazzo Chigi. L’uscita della lista Anemone, nel 2010, fa tremare il Palazzo. In queste ore le voci si rincorrono: prossimi arresti, dossier, altri ministri coinvolti, la maggioranza allo sbando, Fini in attesa, Tremonti silente, il Quirinale preoccupato… E vacilla Silvio Berlusconi. Al posto di Forlani oggi c’è lui. La tessera numero 1816 di quell’elenco di trent’anni fa. Era di maggio.

mercoledì 5 maggio 2010

IL MISTERO SCAJOLA







Questioni giudiziarie a parte nel caso Scajola c’è anche un mistero psichiatrico. Il mistero di un uomo che fortissimamente vuole il potere, non dorme la notte per ottenerlo, costruisce una rete di relazioni, conquista la città, la Regione, il Paese, allena lo sguardo, la camminata, il mento e tanto si prostra al potere supremo di Berlusconi, quanto esercita in modo ossessivo il proprio. Poi per due volte lo perde. Nel modo più clamoroso. Più pubblico. Più umiliante: le dimissioni davanti ai flash dei fotografi, al ronzio delle telecamere, al disprezzo dei giornalisti che lo ascoltano, al sarcasmo dell’opinione pubblica.
Non erano passati tre mesi dai funerali di Marco Biagi, quando ai cronisti di Corriere e Sole 24 Ore impudentemente disse che “quello era un rompicoglioni”. Scajola parlava in veste di ministro dell’Interno, cioè del responsabile ultimo della catena di comando che aveva revocato la scorta a Biagi, vittima delle Brigate Rosse. Titolare di un potere tanto sfrontato, tanto pieno e soddisfatto di sé, da non essere lontanamente sfiorato neppure da un vago senso di colpa per quello che era appena accaduto: “Biagi era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”.
Cadde quella volta. Si scrollò il fango. Ricominciò a salire un gradino alla volta, una gomitata e un inchino alla volta. Fino alla nuova vetta del suo secondo ministero, quello dello Sviluppo Economico, che governava con occhiuta presenza, decidendo tutto, nomine, revoche, appalti, persino i dettagli dell’ultimo convegno o del prossimo viaggio di giornalisti a carico di Enel.
Organizzava tutto
. Tranne l’acquisto e la ristrutturazione della propria casa. Memorabile la faccia esibita in conferenza stampa. E le parole: “Se dovessi acclarare che l’abitazione dove vivo è stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto, e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per annullare il contratto”. Una dichiarazione di “estraneità ai fatti”. Un “io non c’entro” tanto spericolato, trattandosi della propria abitazione, da risultare addirittura surreale.
A meno di non sospettare, per quel mistero psichiatrico che ci intriga, un’altra ragione, la più nascosta, la più sorprendente: che anche il complotto di cui è vittima l’ex ministro Claudio Scajola, ammalato di potere, ma anche depresso dal potere, sia farina del suo sacco. Visto che per il proprio suicidio ha scelto l’arma meno convenzionale di tutte, la più personale: il rogito.

venerdì 23 aprile 2010

L'AMORE TRIONFA






Questo Partito dell’Amore, visto in diretta senza rete, è proprio un amore. Colpivano gli sguardi, soprattutto. Tutti molto amorevoli. Teneri. Affettuosi. Si vede proprio che si amano. Lo zenith del sentimento si è registrato quando Fini ha proferito la parola “legalità”. Berlusconi ha digrignato i denti e contratto i muscoli facciali, come per sbranarlo all’istante: se Verdini, seduto a fianco, non se lo fosse legato al polso con un bel paio di manette (le porta sempre con sé per ogni evenienza), sarebbe corso il sangue. Intanto l’intera sala, eccettuati alcuni incensurati, grugniva fremente di sdegno. Legalità a noi? Chi ti ha insegnato certe parolacce? Ma allora dillo che sei venuto a provocare! Vai subito in bagno e lavati la bocca col sapone!

In effetti, in 16 anni di storia, nessuno aveva mai osato tanto: parlare di legalità in casa del corruttore di Mills, del principale di Mangano, dell’amico di Dell’Utri e di Cosentino fortunatamente assenti: avevano subodorato qualcosa. Non contento, il noto provocatore ha pure osato evocare la Sicilia, altro tabù proibitissimo, specie se accompagnato dal nome “Micciché”. Mancava che citasse pure Dell’Utri, poi lo menavano proprio. Ci voleva Fini per far uscire dai gangheri Berlusconi e insegnare come si fa al Pd, che in sedici anni non ci è mai riuscito: basta parlargli di legalità e di libertà d’informazione (due temi dai quali il Pd si tiene a debita distanza, per non passare per antiberlusconiano, non sia mai). E magari smontargli pure il federalismo fiscale (sul quale un anno fa il Pd si astenne e Idv votò sì), anziché ripetere che la Lega ha ragione, bisogna fare come la Lega e dialogare con la Lega.
Infatti, con tutto quel che gli aveva detto Fini per un’ora e mezza, Berlusconi gli ha risposto solo su quei temi: del resto s’infischia allegramente (a parte un cenno ai 150 anni dell’Unità d’Italia, sui quali è molto preparato: infatti dice “i 150 anni della storia della nostra Repubblica”, quella di re Vittorio Emanuele II di Savoia e del conte Cavour). Sugli attacchi del suo Giornale a Fini, ha risposto amorevole e sofferente: “Io sul Giornale non ho alcun modo di influire” (versione moderna del “sono forse io il custode di mio fratello?”, by Caino). Poi ha aggiunto che il Giornale è in vendita e se Fini ha un amico a cui farlo comprare il problema è risolto, e comunque lo attacca anche Libero, edito dal suo amico senatore Angelucci: dal che si potrebbe dedurre che forse gli attacchi dei giornali di destra a Fini dipendono dai padroni che hanno.
Notevole anche il concetto di “super partes” illustrato dal ducetto: Fini non è un presidente della Camera super partes perché ogni tanto critica il governo. Ecco, per lui è super partes solo chi è sempre d’accordo con lui. Anzi, meglio: chi è di sua proprietà. Tipo Schifani, per dire. Quanto al federalismo fiscale, Fini s’è permesso di ricordare l’impegno di abolire le province (altro tema astutamente disertato dal Pd). Il 31 marzo 2008 il Cavaliere dichiarò nella videochat del corriere.it: “Non parlo di province, perché bisogna eliminarle...Dimezzare i costi della politica significa innanzitutto dimezzare il numero dei politici di mestiere ed eliminare tanti enti inutili, province, comunità montane...”. A Matrix ribadì: “E’ necessario eliminare le province”. E a Porta a Porta: “Le province sono tutte inutili e fonte di costi per i cittadini. E’ pacifico che vanno abolite”.
Ieri invece ha detto: “Aboliremo solo quelle non utili”, tanto abolirle tutte farebbe risparmiare “solo 200 milioni” (falso: sarebbero 6 miliardi l’anno solo per il personale), e soprattutto “non ne faremo di nuove”. Un po’ come per le tasse: in campagna elettorale giurava di tagliarle, ora invece si vanta di non averle aumentate. Come promettere un collier alla fidanzata e poi, se quella si lamenta perché non l’ha ricevuto, replicare: “Ma cara, in compenso non ti ho presa a calci in culo, cosa pretendi di più?”.
da: il fatto quotidiano 23.04.2010



giovedì 22 aprile 2010

LE MOLESTIE DELLE LIBERTA






Giusto, anzi sacrosanto lo spazio dato da stampa e tv ai silenzi delle gerarchie ecclesiastiche sulla pedofilia nel clero. Lo dice anche il Vangelo: "Oportet ut scandala eveniant". Un po' meno comprensibile il silenzio degli organi di informazione sulle generose coperture, per usare un eufemismo, offerte dai politici italiani di centrodestra a un famoso prete antidroga accusato di violenza sessuale su una decina di giovanissimi ospiti della sua Comunità Incontro: don Pierino Gelmini, imputato da due anni in un'interminabile udienza preliminare dinanzi al Tribunale di Terni.
Almeno in quel caso, nel gennaio del 2008, ai primi sospetti sul chiacchieratissimo prete di Amelia, papa Benedetto XVI prese drasticamente posizione, riducendolo allo stato laicale, mentre l''Osservatore romano' e l''Avvenire' si guardavano bene dal gridare al complotto delle toghe anticlericali. Il sacerdote, un tempo molto vicino a Bettino Craxi e poi a Silvio Berlusconi, fu scaricato fin da subito dal Vaticano e dalla Cei. Non così dal Popolo della libertà e dal suo leader, che anzi han seguitato a idolatrarlo come se nulla fosse. Il 4 agosto 2007, nel pieno delle indagini della Procura di Terni, Berlusconi telefonò a don Pierino, che lo fece subito sapere: "Il presidente mi ha detto: 'Ti sono vicino, conta su di me. Qualsiasi cosa... Sai, io sono un antesignano di denunce".
Qualche mese prima il devoto Silvio aveva ricevuto dalle sue mani l'ambìto premio 'Madonna del sorriso'. E il 26 dicembre 2007 si collegò telefonicamente con Amelia per tributare "a don Pierino tutto il mio affetto, la mia amicizia e la mia stima" e per sottolinearne, con un mezzo autogol lessicale, "la generosità, l'entusiasmo e la passione per i giovani". Poi si disse "a tua totale disposizione" e spacciò le circostanziate accuse delle vittime di molestie per "attacchi" frutto dell'"invidia", "la prova che siamo di fronte a un grande uomo". Il 27 settembre 2008 il premio 'Madonna del sorriso' andò a un altro fedelissimo gelminiano, Maurizio Gasparri, accompagnato da un telegramma del Cavaliere con "un abbraccio a Maurizio e a don Pierino", quest'ultimo ormai imputato per molestie sessuali. Presenti i ministri Giorgia Meloni e Raffaele Fitto e il sottosegretario Carlo Giovanardi.
A Natale, poi, nuova telefonata del premier alla comunità in festa, con l'annuncio della legge contro le intercettazioni (accolto con comprensibile sollievo dal sacerdote, imputato anche in base a telefonate intercettate) e un altro formidabile autogol, visto il destinatario della chiamata: "L'amore vince su tutto, non solo sull'odio che rende violente le menti più fragili". Ineffabile la replica del prelato spretato: "Io ti voglio bene e vorrei dirti ti amo". Mai però come la risposta di Berlusconi: "Tu hai salvato le vite di migliaia di giovani e ridato serenità alle loro famiglie". A parte, si capisce, le dieci che al processo si sono costituite parte civile contro di lui.