IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO IN QUESTO ISTANTE AMMONTA A:

sabato 27 marzo 2010

IL POTERE DEL TELECOMANDO





Chi pensava che le intercettazioni di Trani avrebbero costretto i cosiddetti 'terzisti' del 'Corriere della sera' a prendere posizione, la prima in vita loro, era un povero illuso. Lunedì, a meno di dieci giorni dalla pubblicazione delle indecenti conversazioni degli 'arbitri' venduti a una delle squadre, Pierluigi Battista ha pubblicato sul 'Corriere' un "memorandum per ossessionati dalla tv". Ce l'aveva col premier, talmente ossessionato dalla tv da trascorrere ore e ore al telefono a complottare contro Santoro? Ce l'aveva con i commissari 'indipendenti' della presunta Authority, così ossessionati dalla tv da organizzare riunioni domestiche e telefoniche con membri del Csm, della Vigilanza, del cda Rai per scovare qualche cavillo che giustificasse la chiusura di 'Annozero'? Macchè.
Battista ce l'aveva con quanti sostengono un'ovvietà nota in tutto il mondo: le tv spostano voti. Lo dimostrano fior di studi specialistici, che calcolano in 5-6 punti percentuali l'effetto-tv sulle elezioni, soprattutto in Italia dove uno dei due candidati a Palazzo Chigi possiede tre canali e ne controlla altri due; dove la diffusione della carta stampata e di Internet è marginale; dove il 60-70 per cento degli elettori (dati Istat) usa il telecomando come unico strumento d'informazione per decidere come e chi votare. E lo dimostra Berlusconi, che appunto passa il suo tempo a occupare anche gli angoli più riposti dell'emittenza.
Ma Battista è peggio di San Tommaso: non crede nemmeno a quel che vede, e sente. Elenca le elezioni vinte dal centrodestra quando la Rai era in mano al centrosinistra, e viceversa: non lo sfiora il dubbio che, quando perde, Berlusconi perderebbe molto più rovinosamente di quanto non gli accada con le tv. E poi nessuno ha mai sostenuto che la tv basta da sola a far vincere questo o quello. Il controllo delle tv serve a "mentire senza timore di smentita" (Giovanni Sartori): e in questo Berlusconi è maestro.
Serve a nascondere i fatti sgraditi, a minimizzare gli scandali, a depistare l'attenzione generale dall'agenda dei problemi veri verso quelle che Sabina Guzzanti chiama le "armi di distrazione di massa". E anche in questo il Cavaliere, protagonista degli scandali più scandalosi del dopoguerra, è un mago. Ma, soprattutto, Battista dimentica un piccolo e trascurabile particolare: nel 1994, senza le sue tv, Berlusconi non avrebbe mai potuto fondare un partito in sei mesi e vincere le elezioni, spacciandosi per l'alfiere del 'nuovo che avanza' mentre era solo il vecchio che era avanzato. Se avesse perso al primo colpo, la sua avventura politica sarebbe finita prim'ancora di cominciare. E oggi non saremmo qui a parlarne. Battista avrebbe potuto cogliere l'occasione per raccontarci come fu che, dopo l'editto bulgaro, 'Il Fatto' di Enzo Biagi fu sostituito da un ex portavoce del Cavaliere, tale Berti, e poi da un certo Battista. Forse perché i berluscones non avevano capito bene la differenza fra Biagi e gli altri due, o perché l'avevano colta benissimo?
signirno da espresso in edicola










lunedì 22 marzo 2010

IL SACRO COLLE







Secondo tutti i giuristi degni di questo nome, il decreto 'salva-liste' con cui il governo ha tentato di legalizzare ex post le proprie liste illegalmente presentate nel Lazio era illegale e incostituzionale. Illegale perché la legge 400/1988 vieta i decreti in materia elettorale e non è mai stata abrogata. Incostituzionale perché il decreto sanava solo le irregolarità delle liste Pdl e non delle altre bocciate in varie parti d'Italia; e pretendeva di dettare la sentenza al Tar, già investito del caso, così che - ha confessato il ministro Ignazio La Russa - "non possa darci torto". Se il presidente della Repubblica abbia fatto bene o male a firmare un decreto illegale e incostituzionale, è questione aperta: rientrava nella sua discrezionalità farlo o non farlo. La Costituzione gli consente di rinviare al mittente una legge se non gli piace o gli ripugna. Che possa rinviarla solo quando è "manifestamente incostituzionale", come sostengono alcuni corazzieri della penna, non sta scritto da nessuna parte. E non è vero che, se la legge respinta viene riproposta identica, lui sia obbligato a firmarla.

Che succederebbe se il governo decretasse che i voti dati al Pdl valgono doppio? È ovvio che rifiuterebbe di promulgare sia la prima sia la seconda volta, dopodiché spetterebbe al governo sollevare il conflitto di attribuzioni alla Consulta e a questa stabilire chi ha sbagliato. Ma ancora una volta il malvezzo della 'moral suasion' ha legato le mani a Napolitano. Il 4 marzo un Berlusconi più minaccioso del solito gli ha sottoposto informalmente la prima versione del decreto. Il presidente ha anticipato che non l'avrebbe firmata e ha indicato i punti inaccettabili, partecipando così alla stesura della seconda versione. Che l'indomani, previo intervento di Gianni Letta, ha promulgato (senz'accorgersi, fra l'altro, che le elezioni regionali sono regolate da leggi regionali, immodificabili con norme nazionali). Il che forse non sarebbe accaduto seguendo la via maestra: il capo dello Stato attende, sordo e muto, che il governo vari il decreto, e solo dopo decide se firmarlo o no.

Tutto ciò premesso: che male c'è a criticare Napolitano per aver firmato una legge che si ritiene sbagliata, illegale e incostituzionale? Possibile che ogni critica venga spacciata per 'attacco', 'aggressione', 'vilipendio'? Il campionato dell'ipocrisia l'ha vinto il Pd con la manifestazione in piazza del Popolo. Ridicoli avvertimenti a Di Pietro: "Se critica il Colle, è fuori dalla coalizione". Patetici rastrellamenti della piazza per depurarla da cartelli contro il Quirinale. Ma se il "decreto del presidente della Repubblica" porta le firme di Napolitano e Berlusconi, che senso ha attaccare il secondo e vietare ogni critica al primo? Chi, come gli ex Pci, chiese l'impeachment per due presidenti (Leone e Cossiga), è poco credibile quando zittisce Di Pietro che s'è limitato a evocarlo (senza basi giuridiche) per Napolitano. A meno che, all'insaputa dei più, non sia stato ripristinato il delitto di lesa maestà.

Signornò da L'Espresso in edicola

domenica 14 marzo 2010

FARMACI: 3 MILIARDI DU EURO BUTTATI





Mancano 2,9 miliardi. Le previsioni per la spesa pubblica farmaceutica 2010 sono apocalittiche: il tetto è fissato al 15,7 per cento del Fondo sanitario nazionale, quindi a 16,4 miliardi: ma se ne spenderanno almeno 19,3. Fin qui è una storia abbastanza usuale: i tetti di spesa sanitaria sono costantemente disattesi per diverse ragioni. Ma il caso della farmaceutica fa scattare un campanello d'allarme alla Conferenza delle regioni. Per via di una cabala che si sta trasformando in nodo scorsoio per i governatori.
I denari pubblici spesi per i farmaci seguono, sostanzialmente, due canali: le farmacie e gli ospedali. Per la prima categoria, cresciuta all'impazzata fino a pochi anni fa, esiste però oggi un tetto, pari al 13,6 per cento del Fondo sanitario nazionale, oltre il quale lo sfondamento deve essere ripianato anche dalle aziende. La ratio è stata quella di presupporre che, se le prescrizioni sono più dei malati previsti dall'epidemiologia, qualcuno sta esagerando: i dottori nelle ricette facili e le aziende nelle pressioni del marketing. Per la spesa ospedaliera la faccenda è diversa: le Regioni che sfondano il tetto del 2,4 per cento si devono pagare da sole il surplus, e le aziende incassano senza pagare dazio.
Oggi accade, e qui sta il mal di pancia dei governatori, che a crescere all'impazzata è proprio la spesa ospedaliera, mentre quella in farmacia è sostanzialmente stabile. Le mille misure di contenimento pensate dall'Aifa, l'Authority dei farmaci, tra il 2004 e il 2008, e la pressione delle Regioni sui medici di famiglia stanno dando i loro frutti: da un lato alle aziende non conviene spingere verso fatturati che poi dovranno restituire al Ssn; dall'altro, i dottori temono che accada a tutti quello che è successo a un collega di Bergamo condannato dalla Corte dei Conti a pagare 2.800 euro per «irragionevole prescrizione». Risultato: la pressione delle aziende sulla spesa farmaceutica ai privati si allenta, mentre si inasprisce quella sulla ospedaliera.
Non solo: negli ultimi anni, l'avvento di medicinali complessi e costosi, i cosiddetti biologici, per malattie di massa come il cancro e le reumatiche, ma anche per patologie più rare ma senza cure, ha sconquassato i budget degli ospedali. Risultato: tutti affermano che quel tetto del 2,4 per cento è assolutamente irrealistico. Ma anche che lasciar galoppare la spesa ospedaliera porterebbe a un mercato impazzito proprio come era quello delle farmacie prima della cura Aifa.
«La spesa per i farmaci negli ospedali oggi è il doppio del tetto. Siamo almeno al 4,6 per cento e questo dovrebbe essere il margine da osservare se si vuole essere credibili», commenta Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità dell'Emilia-Romagna e consigliere dell'Aifa: «Ma dobbiamo anche introdurre dei meccanismi di governo della spesa ospedaliera che contengano la pressione delle aziende».
E qui si apre il nuovo fronte della guerra alle molteplici trovate degli addetti al marketing. Posto che la loro fantasia è infinita, sussurrano gli uomini dell'Aifa, si potrebbe cominciare a estendere all'ospedale i paletti disegnati per la spesa farmaceutica. Primo tra tutti lo stop alle false innovazioni.
Per anni le aziende hanno forzato il mercato mettendo in commercio specialità, differenziate da piccole variazioni chimiche e di associazione di composti, del tutto analoghe per valore terapeutico. Per ogni microscopica variazione spuntavano prezzi diversi e il pressing degli informatori sui medici spostava le prescrizioni sulle specialità più nuove e costose.
In ospedale le cose vanno un po' diversamente, specie perché i prodotti sono assai complessi e le farmacie ospedaliere hanno imparato a stoppare le fantasie innovative dei primari, ma il meccanismo è lo stesso. «L'Aifa deve mettere a punto dei metodi di governo delle innovazioni per bloccare quelle fasulle», dice Bissoni. La spesa, però, è già alle stelle, e i veri big spender sono i farmaci biologici per il cancro e le malattie reumatiche. La medicina dice chiaramente che si tratta di prodotti molto efficaci, ma che per lo più funzionano solo in presenza di determinate anomalie genetiche. Molte di queste anomalie sono rilevabili con analisi conosciute e qui il lavoro è facile: si fa il test e si somministra il farmaco solo se l'anomalia genetica è presente (l'herceptin per il tumore del seno è un esempio di questa procedura). Ma per la maggior parte dei nuovi oncologici il cosiddetto "profilo di efficacia" è molto più sfumato, le anomalie in causa sono diverse e alcune non conosciute. Così, i medici si trovano a decidere sulla base di pochi fattori noti se somministrare cicli che costano decine di migliaia di euro. E, ovviamente, decidono di farlo. Ma oggi il tema del governo di questa "spesa etica" si fa pressante. E un modo per equilibrare il sistema c'è.
L'ha messo a punto l'Aifa e alcuni oncologici sono, in effetti, sottoposti a questo regime, il "payment by results": il Ssn rimborserà il farmaco solo se funziona, altrimenti l'azienda copre le spese del medicamento. Se Pfizer e Glaxo l'hanno accettato per due loro prodotti, perché non estenderlo a tutti i nuovi farmaci biologici? Occorre affinare i meccanismi di autorizzazione di nuovi medicinali legando il rimborso alla loro efficacia. E stabilire un rapporto tra quanto un farmaco innova e quanto costa.
Pfizer al comando
Il rank delle principali farmaceutiche sul mercato italiano

Fatturato 2009 - Quote di mercato %
Pfizer 1.463.553.344 7,9%
Sanofi-Aventis 1.170.297.952 6,3%
Roche 1.106.597.440 6,0%
Menarini 977.820.785 5,3%
Novartis 951.000.800 5,2%
Merck & co 885.262.272 4,8%
Glaxosmithkline 874.445.728 4,7%
Bayer 761.743.808 4,1%
Astrazeneca 622.902.208 3,4%
Johnson & Johnson 598.166.272 3,2%
Abbott 439.997.952 2,4%
SigmaTau 412.120.046 2,2%
Lilly 385.204.032 2,1%
Boehringer ingel 361.548.168 2,0%
Bristol-myers sqb. 345.236.432 1,9%
Chiesi 300.563.910 1,6%
Gilead sciences 250.525.392 1,4%
Kedrion 240.776.721 1,3%
Angelini 230.017.855 1,2%
Merck Kgaa 227.628.484 1,2%
Bracco 223.123.304 1,2%
Recordati 217.018.974 1,2%
Amgen 197.249.528 1,1%
Servier 187.990.222 1,0%
Italfarmaco 185.740.560 1,0%
http://www.spreconi.it/



Fonte: elaborazione Il bisturi su dati Ims

giovedì 11 marzo 2010

COSI A ROMA VENNE INSABBIATA L'INCHIESTA SUL G8





Continui inviti alla prudenza. “Obiezioni di opportunità politica”. Considerazioni, estranee al codice di procedura penale, sul rischio di nuocere “all'immagine del paese”. Eccola qui la magistratura davvero politicizzata. Eccola qui, tutta raccontata in quattro verbali depositati a Perugia, dove la parte più consistente dell'indagine sulla cricca della Ferratella è stata spostata quando l'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, è finito sotto inchiesta per rivelazione del segreto d'ufficio, corruzione e favoreggiamento.
Dal 16 febbraio, infatti, i pm del capoluogo umbro sono al lavoro non solo per capire se davvero Toro, come sembra emergere intercettazioni, ha avvertito gli uomini del capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, dell'inchiesta del Ros dei Carabinieri in corso a Firenze e degli imminenti arresti. Ma anche per stabilire perché, e in che modo, nella Capitale, un fascicolo analogo a quello toscano, tutto incentrato sui lavori per il G8 (mancato) alla Maddalena, sia stato di fatto insabbiato.
È la storia di un'altra indagine del'Arma. Quella del Nucleo operativo ecologico (Noe) che nell'estate di due anni fa incappa in Sardegna in una serie di imprenditori in contatto con Angelo Balducci, l'allora braccio destro di Bertolaso. Gli imprenditori parlano tra loro di “appalti e di buste” e fanno un quasi esplicito riferimento a un plico definito di “ringraziamento”. Per ragioni di competenza (Balducci sta a Roma) i primi risultati dell'inchiesta vengono trasferiti dalla procura di Sassari a quella della Capitale. Qui nel luglio del 2008 l'indagine viene assegnata dal procuratore Giovanni Ferrara al pm Assunta Cocomello e subito dopo viene ibernata. Come? Ferrara (non indagato) e Toro consigliano di procedere coi piedi di piombo. Dicono di no alle richieste di intercettazioni telefoniche avanzate dai carabinieri e soprattutto decidono che l'inchiesta sia tolta al Noe e venga assegnata alla Guardia di Finanza, alla quale verranno dati solo compiti di verifica contabili.
Il tutto quando, grazie a un lungo articolo pubblicato da L'Espresso nel dicembre 2008, era ormai chiaro che alla Maddalena i lavori per il G8 si stavano risolvendo in un gigantesco spreco di denaro per i contribuenti. A Perugia, il capitano Pasquale Starace racconta di aver redatto un appunto in cui esprimeva la sua “sorpresa” e informava i superiori dell'accaduto. “I motivi del mancato accoglimento della nostra richiesta, che”, spiega l'ufficiale, “secondo me esulavano dalla fisiologica dialettica tra la polizia giudiziaria e magistratura, erano rappresentati sostanzialmente dal fatto che il magistrato titolare delle indagini concordasse con noi sulla bontà degli elementi raccolti, ma che gli esiti da noi richiesti, e ripeto apparentemente condivisi dalla dottoressa Cocomello, non venivano adottati per dei contrasti con i vertici della procura, segnatamente il procuratore Ferrara e l'aggiunto Toro, i quali formulavano obiezioni di opportunità politica, non di discrezionalità giudiziaria”.
Altrettanto “sorprendente” era poi la decisione di estromettere il Noe dall'indagine. Quello che succede è insomma chiaro. Si cambiano in corsa gli investigatori per rallentare tutto. Da una parte, come racconta il tenente Francesco Ceccaroni, i vertici della procura sostengo
no che “mancano i presupposti giuridici per contestare la corruzione” contro Balducci e i suoi amici. Dall'altra la “dottoressa Cocomello” spiega che le ipotesi investigative del Noe non erano state accolte “per il nocumento che all'immagine del paese sarebbe potuta derivare da un'indagine penale su un avvenimento di taler portata, quale quello del G8”. Valutazioni che, secondo il Tenente, la pm non sembrava condividere, ma alle quali comunque si adegua.
Le direttive, del resto, lo ricorderà lei stessa nella sua deposizione, sono inequivocabili. Ogni atto, ogni iniziativa riguardante l'inchiesta sulla Maddalena deve essere concordata e discussa con il procuratore Ferrara e l'aggiunto Toro. Sono loro due che suggeriscono di sfilare, l'indagine al Noe e di affidarla al Nucleo di polizia tributaria che era “apparso come l'organo di pg più consono ad effettuare gli approfondimenti investigativi che avevamo richiesto”. E sono sempre loro due a dire no alle richieste d'intercettazioni. Un fatto quasi normale. “Anche in altre circostanze”, spiega la pm, “Toro è stato molto cauto nel ricorso a tale attività d'investigazione”. Mentre Ferrara appare più che altro terrorizzato dalle eventuali fughe di notizie. “Se ne è parlato più volte tra noi”, ricorda il magistrato, “Ferrara mi ha responsabilizzato in ordine alla delicatezza dell'indagine. I fatti erano oggetto di dossier giornalistici e se si fosse saputo in quel particolare momento storico dell'esistenza dell'inchiesta romana, sicuramente avrebbe avuto vasta eco”.
Così si arriva sino a fine del 2009 quando il fascicolo viene assegnato anche a un altro sostituto, Sergio Colaiocco, che già si occupava degli abusi edilizi legati ai lavori seguiti dalla protezione civile per i mondiali di nuoto. La connessione tra le storie è evidente. Ma Ferrara e Toro vogliono anche che tutto sia seguito da un magistrato considerato prudente e di piena fiducia. Siamo però ormai a poche settimane dagli arresti fiorentini (10 febbraio). Circolano già molte voci e i due pm, a quel punto, tentano di accelerare di nuovo. Colaiocco e Cocomello propongono ancora di ricorrere alle intercettazioni. Ma Toro continua a opporsi.
Poi scattano le manette. E per i vertici della procura della Capitale inizia il tempo della vergogna.
di Peter Gomez e Marco Lillo, da Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2010

martedì 9 marzo 2010

FURTO CON SCASSO NELLA NOTTE







Come i ladri professionisti, che agiscono nottetempo con passo felpato, il Pdl (Partito dei Ladri) ha svaligiato ieri notte un altro pezzo di legalità e di democrazia. Il decreto che fornisce la cosiddetta “interpretazione autentica” delle leggi elettorali stravolgendole ex post a immagine e somiglianza delle illegalità commesse presentando la lista del presidente Formigoni in Lombardia e quella del Pdl nel Lazio, è un obbrobrio giuridico, l'ultimo sputo sulla Costituzione.La consueta firma di Ponzio Napolitano è anche peggio di quelle apposte su altre leggi vergogna come il Lodo Alfano, le norme razziali anti-immigrati e lo scudo fiscale. Stavolta cambiano in corsa le regole della partita elettorale per riammettere in campo chi ne era stato espulso per evidenti illegalità. Cioè per consentire di vincere a chi, secondo la legge, non dovrebbe proprio giocare. Il tutto in barba ai diritti di coloro che hanno rispettato le regole, raccolto firme autentiche, presentato le liste in tempo utile. Senza contare la legge (nr. 400/1988) che vieta espressamente i decreti in materia elettorale.
Personalmente era da un pezzo che non mi sentivo più rappresentato da Giorgio Napolitano e nutrivo sempre maggiore nostalgia per i veri garanti della Costituzione come Einaudi, Pertini, Scalfaro e persino Ciampi. Da ieri – a giudicare dai centralini intasati del Quirinale – ho l'impressione di essere in ottima compagnia. Per 50 anni Napolitano è stato accompagnato dal nomignolo di “figlio del Re” per la sua straordinaria somiglianza con Umberto II di Savoia. Ma era il re sbagliato: Napolitano è il degno erede di Vittorio Emanuele III, il sovrano che nel 1922 non mosse un dito contro la marcia su Roma e nel 1943 fuggì a Brindisi. Anche lui, nella notte.

sabato 6 marzo 2010

BERTOLASO ECCO TUTTI GLI AUDIO






Tra soldi e party megagalattici, ecco le telefonate che coinvolgono nell'inchiesta di Firenze il sottosegretario e capo della Protezione civile Guido Bertolaso
ASCOLTA Tutte le telefonate
Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso è indagato, nell'inchiesta sugli appalti del G8, per corruzione. I magistrati di Firenze gli contestano di aver intascato denaro da Diego Anemone, l'imprenditore che si è aggiudicato tre importanti lotti per i lavori alla Maddalena, un'accusa basata su alcune telefonate che inchioderebbero il sottosegretario. L'indagine è nella fase preliminare è le accuse vanno dimostrate, ma è sicuro che il 21 settembre i cellulari degli indagati sono bollenti. I carabinieri del Ros registrano tutto.
Anemone parla con Don Evaldo Biasini
E' un giorno importante: Anemone deve incontrare Bertolaso in persona.
Alla vigilia dell'appuntamento Anemone chiama un sacerdote, don Evaldo Biasini, a cui l'imprenditore chiede se ha una grossa disponibilità immediata di contante. Adesso "L'espresso" pubblica in esclusiva quelle conversazioni che ricostruiscono gli spostamenti e gli incontri di Bertolaso

Anemone parla con Della Giovanpaola: "Sto andando da Bertolaso"
Una somma che qualche giorno dopo, in un altro colloquio, Anemone "sembra quantificare" scrivono i giudici "in 50 mila euro". Qualche ora dopo la chiaccchierata con il prete, Anemone chiama Mauro Della Giovanpaola (funzionario della struttura di missione, pure lui arrestato), e dice che sta andando all'appuntamento: "Sto andando, fammi in bocca al lupo".

Bertolaso chiama Anemone
Anemone è preoccupato perchè deve spiegare che i costi dei lavori sono lievitati. Subito dopo il cellulare squilla: è Guido Bertolaso, che annuncia che sta per arrivare.

Anemone parla con la moglie
Dopo l'incontro, Anemone sembra euforico, e chiama la moglie per dirle che tutto è andato bene. "Ma mo' sto andando incontro a quell'altro, mo' vedo Angelo". Probabilmente, si tratta di Balducci.

Rossetti ad Anemone: "E' una cosa megagalattica"
L'episodio che raccontano le telefonate è cruciale: come si legge nell'ordinanza di arresto di Anemone, Balducci e gli altri sodali della cricca, "in previsione di taluni incontri Anemone si è attivato alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investigatori ritengono abbia una certa fondatezza ritenere che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso". Il capo della Protezione civile, di sicuro, dovrà spiegare ai pm perché incontrava l'imprenditore. Il 21 settembre è un giorno-chiave anche per un'altra parte dell'inchiesta fiorentina, quella che riguarda il Salaria Sport Village, il centro benessere di proprietà di Anemone gestito da Simone Rossetti. Il centro dove secondo il gip Anemone per compiacere Guido Bertolaso si premurava per organizzargli festini e massaggi. Proprio Rossetti, appena il suo capo ha finito di parlare con la moglie, spiega ad Anemone che sta preparando una cosa mega galattica per la domenica successiva. "Tre persone con lui, frutta, champagne e fiori...poi ti dico".

Rossetti ad Anemone: "Quante situazioni gli dobbiamo creare?"
Quattro giorni dopo, Rossetti si risente con Anemone e gli dice che l'organizzazione sta marciando bene. Un unico dubbio: "Per domenica quante situazioni devo creare. Una, due o tre?". "Penso due" chiude Anemone "ma di qualità"

da:espresso.it

CE VALORI AL TELEFONO





Due giorni prima che i carabinieri del Ros bussassero alla porta dell'abitazione dell'ingegnere Angelo Balducci per arrestarlo con l'accusa di corruzione nell'ambito dell'inchiesta sui Grandi Appalti condotta dalla procura di Firenze, il telefono dell'allora presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici era bollente. Il patron dei lavori pubblici italiani aveva saputo che sarebbe finito in carcere da lì a breve. Una talpa alla Procura di Roma, che secondo gli investigatori è stata individiuata nell'ex procuratore aggiunto Achille Toro, aveva avvisato la "cricca" che aveva fatto affari con il sottosegretario Guido Bertolaso, che erano pronti gli arresti.
Ma 48 ore prima dell'irruzione del Ros, al telefono di Balducci si verifica il colpo di scena; chiama il grand commis degli affari italiani, l'economista-manager che tutti conosce e tutti conoscono: Giancarlo Elia Valori, cattolico e amico di Israele, democristiano e massone (dalla P2 di Licio Gelli venne espulso). E una quantità di amici ingombranti: dai dittatori Kim Il Sung, Peron e Ceausescu, a Gelli, da Shimon Peres ai vertici del Mossad, dai salotti della finanza francese ai prelati d'Oltretevere fino ai passacarte del potere romano, sia legislativo, esecutivo o giudiziario. Da anni sono noti i contatti con l'ex magistrato Toro. È la prima volta che Valori chiama Balducci da quando è sotto indagine. Dalla breve conversazione registrata dai carabinieri e adesso agli atti delle Procure di Firenze e Perugia si nota che i due si conoscono bene ed hanno confidenza. Valori fa capire al suo amico Balducci di sapere che lo stanno per arrestare e gli dice: "Stai tranquillo, ti proteggiamo". Il plurale utilizzato dal grand commis degli affari suona strano agli inquirenti che si pongono una domanda: chi è questo gruppo di persone che vuole proteggere Balducci?
da:espresso

AFFARI A GONFIE VELE






Il centro a L'Aquila è ancora sotto le macerie. Più di 40 mila persone sono senza casa. E Guido Bertolaso cosa fa? Organizza una regata all'isola della Maddalena, in Sardegna. Su mandato del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. E la supervisione del suo supersottosegretario, Gianni Letta. È sempre il solito giochetto: la procedura d'emergenza, messa in dubbio in questi giorni anche dalla Corte dei conti. "Disposizioni urgenti per lo svolgimento della Louis Vuitton World Series", dicono gli ultimi decreti del capo del governo. Come se uno tra gli sport più costosi al mondo venisse prima dei 300 morti, della ricostruzione, delle frane, dell'Italia che va in frantumi.
E Bertolaso chi ha mandato alla Maddalena a gestire il nuovo evento straordinario? Un funzionario con provata esperienza di rigore nelle spese? Un capostruttura selezionato con concorso pubblico? No. Ha mandato suo cognato, il solito Francesco Piermarini, 52 anni, ingegnere e imprenditore prestato a Palazzo Chigi, fratello della moglie, l'architetto Gloria Piermarini in Bertolaso, 59 anni. La catena di san Guido: il controllo sui nostri soldi diventa una questione di famiglia. La famiglia Bertolaso. La generosità del sottosegretario più amato dagli italiani non si smentisce nemmeno nel contratto di concessione per il megacomplesso dell'Arsenale: 254 milioni dello Stato e della Regione Sardegna bruciati nella trasformazione dell'ex officina militare della Maddalena. Si sapeva che se l'era aggiudicato l'unica società ammessa alla gara, la Mita Resort, una srl di cui è capo del consiglio di amministrazione Emma Marcegaglia, 45 anni, presidente di Confindustria. Ma non si conosceva la cifra. Ora si sa: 60 mila euro l'anno per 40 anni. È il prezzo rivelato il 25 febbraio scorso ai deputati che lo ascoltano alla Camera dal sottosegretario all'Istruzione, Giuseppe Pizza. Ed è quanto incasserà la Regione sarda, proprietaria della struttura: 155 mila metri quadri con dentro un hotel nuovo e arredato, centri conferenze, spazi da riempire, 600 posti barca che possono rendere decine di milioni l'anno, in uno dei luoghi più incantevoli al mondo, tutto questo al fantastico canone d'affitto mensile di 3 centesimi al metro quadro.
Bertolaso è davvero l'uomo delle catastrofi. Una catastrofe per i bilanci dello Stato: il sottosegretario, il volto immagine del governo Berlusconi, il capo della Protezione civile che nell'ultimo G8 trasferito all'Aquila in nome del dolore e del risparmio, è riuscito a farci spendere 26 mila euro in penne e 10 mila euro in posacenere. Lasciando senza risposta una curiosità. Negli incontri pubblici, nei luoghi di lavoro, negli ambienti chiusi è vietato fumare. A chi servivano i posacenere? Da lunedì primo marzo, in un armadio della Procura di Perugia, è custodita la storia di come la squadra di Guido Bertolaso ha conquistato potere e controllo sugli appalti. Grazie all'appoggio trasversale di centrosinistra e centrodestra. Carriere sprint costruite con l'approvazione di Francesco Rutelli e Gianni Letta. Cresciute indenni dal 2001 a oggi sotto i governi di Berlusconi, Romano Prodi e ancora Berlusconi. Una storia tutta italiana raccolta nel dicembre 2007 in una relazione consegnata a numerosi funzionari di governo. E rimasta tra l'altro, secondo alcuni testimoni, dal giugno 2009 fino a una ventina di giorni fa negli uffici del capo dipartimento del ministro all'Innovazione, Renato Brunetta.
È lo stesso documento che accompagna la "busta profetica": la lettera aperta da "L'espresso" davanti a una telecamera che, con quasi due anni di anticipo sul G8-2009, prevede chi vincerà il contratto per l'organizzazione dell'evento e quali funzionari pubblici controlleranno gli appalti.
IL VIDEO L'apertura della busta profetica
da: espresso.it

lunedì 1 marzo 2010

I DIVIDENDI DI SILVIO







Chi l’avrebbe detto. Tutte le aziende del gruppo B stanno andando a gonfie vele. Scrive Repubblica: “Il 2009 è stato un anno d’oro per le holding della famiglia Berlusconi”. Liquidità in cassaforte 1,1 miliardi di euro. Per sé il Cavaliere ha staccato un assegno di 162 milioni. Ne ha distribuiti 10 a ogni figlio. Gli altri li ha messi via per le ville future, gli sfizi, gli avvocati. Altro che crisi. Quale crisi?
Lo stato patrimoniale del nostro presidente del Consiglio ci riempie di gioia. Sedici anni fa, alla vigilia della discesa in campo, il futuro statista stava annegando in un mare di debiti: 4 mila miliardi secondo il suo braccio destro Fedele Confalonieri; 5 mila miliardi secondo Marcello Dell’Utri, il suo braccio sinistro; 7 mila miliardi secondo altri analisti. In ogni caso: così tanti debiti da indurre le banche creditrici a chiedere (e ottenere) la nomina di Franco Tatò, un manager esterno, per tentare il risanamento del gruppo. Ci sarebbero riusciti? Forsi sì, tagliando posti, investimenti, partecipazioni. Forse no, nemmeno restituendo la Mondadori.

Ma da quel baratro saltò fuori il coniglio magico, cioè il partito. Con il partito il potere. Con il potere la quotazione in Borsa, il governo del Paese, l’immunità, le leggi ad personam, il controllo dell’informazione, eccetera. Ammise una volta Confaloneri: “Senza Forza Italia oggi saremmo sotto un ponte o in galera”. Mancando quasi del tutto l’opposizione, gli è andata bene oltre ogni aspettativa. In galera ci sono finiti alcuni utilizzatori non finali, perciò trascurabili. E sotto il ponte ci è finita la piccola Italia prostrata al suo dominio.
Ma per la sua famiglia è un’autentica festa. Rallegriamocene con loro, prima che arrivi la bufera.