IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO IN QUESTO ISTANTE AMMONTA A:

sabato 29 maggio 2010

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: BOCCIATA IN INFORMATICA






Doveva essere uno dei fiori all'occhiello nell'ammodernamento della pubblica amministrazione. Si sta rivelando invece un'autentica catastrofe. Lo certifica lo stato di agitazione dichiarato dal personale per denunciare le difficoltà riscontrate nel pagamento delle pensioni a causa dell'inattendibilità dei dati contabili e le altre inefficienze del nuovo sistema.

Doveva costare non più di 175 milioni secondo i programmi più trionfalistici e siamo invece arrivati a toccare quasi i 400. Doveva essere terminato da almeno un paio d'anni, invece i lavori non sembrano aver fine. Si tratta del sistema informatico dell'Inpdap, l'Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica, l'ente che liquida quasi tre milioni di pensioni. Le lamentele di qualche ex amministratore, una interrogazione parlamentare, ma soprattutto le proteste delle Rappresentanze sindacali di base (Rdb) stanno portando a galla la questione. "Siamo di fronte a un autentico scandalo", afferma l'ex consigliere d'amministrazione dell'Inpdap Simone Gargano. "Le inefficienze del sistema che personale e utenza stanno pagando sono troppe", rincara Massimo Briguori, del coordinamento nazionale Rdb, "ma soprattutto sono intollerabili visti i soldi spesi. Ci chiediamo perché la Corte dei conti non sia intervenuta".

L'incredibile storia del nuovo sistema informatico dell'Inpdap, oggi guidato dal commissario straordinario Paolo Crescimbeni, inizia nel 2004, quando alla testa dell'ente arriva Marco Staderini, manager di fiducia e grande amico di Pier Ferdinando Casini, che non a caso lo ha voluto anche alla Rai. Una delle prime mosse di Staderini è proprio quella di bloccare gli investimenti programmati dal precedente vertice sul vecchio sistema nato dalla fusione degli apparati informatici di enti come Enpas e Inadel, confluiti nell'Impdap, e di affidare ad alcuni consulenti esterni un'indagine approfondita sui suoi pregi e difetti. Ne esce una diagnosi impietosa, che spinge lo stesso Staderini a mettere a punto un piano industriale basato sulla totale revisione del sistema informatico. Una delibera del luglio 2004 stabilisce che l'intervento dovrà avvalersi del cosidetto principio del 'riuso', un criterio in base al quale per il rifacimento del sistema si dovrà attingere a quelli già in funzione in altre pubbliche amministrazioni, in questo caso soprattutto all'Inps.

Secondo i vertici Inpdap la scelta era da considerarsi particolarmente vantaggiosa sia sotto l'aspetto dei costi che dei tempi necessari a realizzare il nuovo sistema. Staderini e i suoi tecnici arrivarono a dire che grazie al 'riuso' si sarebbero spesi al massimo 175 milioni e che il nuovo apparato sarebbe entrato in funzione entro quattro anni. Una previsione infondata, considerando come sono andate le cose. Dopo quasi sei anni, infatti, mentre i lavori risultano tutt'altro che terminati visto, che le pensioni vengono ancora calcolate e gestite con il vecchio sistema, di milioni ne sono già stati spesi circa 400, secondo le fonti interne consultate da 'L'espresso'. Con molti interrogativi anche sulla trasparenza delle procedure. Nella pubblica amministrazione il ricorso a gare a evidenza pubblica dovrebbe essere la regola. Al contrario, l'Inpdap ha fatto ricorso ad affidamenti diretti in oltre il 70 per cento dei casi. Una scelta che ha finito per favorire un ristretto pugno di aziende come Finsiel, Eustema, Csi Management, Ibm, Almaviva, Kpmg, Elsag Datamat e Telecom Italia. E che oggi i sindacati mettono pesantemente sotto accusa.

domenica 16 maggio 2010

LISTE DI MAGGIO

Era di maggio. Il millenovecentottantuno, per l’esattezza. L’otto maggio 1981 due giovani magistrati milanesi, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, inviarono al presidente del Consiglio Arnaldo Forlani un elenco con 953 nomi sequestrato ad Arezzo al gran maestro della Loggia P2 Licio Gelli. Dopo averlo tenuto nel cassetto dodici giorni, la sera del 20 maggio Forlani ne autorizzò la pubblicazione. Ministri, parlamentari, generali, direttori di giornale, imprenditori, i vertici delle forze armate e dei servizi segreti: lo scandalo più grave della storia repubblicana. Il governo resistette sei giorni alla bufera. Poi, il 26 maggio, si dimise.Sono passati trent’anni e spunta un’altra lista. Al posto di Gelli c’è l’imprenditore Diego Anemone. Non si parla di associazione sovversiva ma di ristrutturazioni e ricostruzioni edilizie: case, appartamenti, ville in campagna. Per il resto, però, è cambiato poco: tra i 400 nomi ci sono ministri all’epoca in carica (Scajola e Lunardi), ex ministri (Nicola Mancino, oggi vice-presidente del Csm), due giudici della Corte costituzionale (Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri: nella casa di Mazzella ci fu una cena con Berlusconi pochi mesi prima della sentenza della Consulta sul lodo Alfano), alti dirigenti Rai (Mauro Masi e Giancarlo Leone), parlamentari, attori, giornalisti, registi… E figli, parenti, mogli in via di divorzio da sistemare. Qualche nome, è incredibile, compare in entrambi gli elenchi. Per esempio, l’ex deputato dc e poi ministro in quota An nel primo governo Berlusconi Publio Fiori: nella lista di Gelli figurava come tessera n.1878, poi prosciolto da ogni addebito, in quella di Anemone è annotato con un appartamento da ristrutturare nel quartiere Prati.Nessuna somiglianza tra le due liste, intendiamoci. Per la P2 l’accusa era di cospirazione contro lo Stato. Dalla loggia di Gelli erano passati tutti i più delicati misteri italiani: stragi, scandali, il rapimento Moro, il crack del Banco Ambrosiano. Anche se, ancora oggi, c’è chi si ostina a rappresentare gli affiliati di Gelli come un gruppo di amiconi in gita scolastica. “La P2 era un club, un modo di creare relazioni”, l’ha liquidata l’altro giorno Giorgio Stracquadanio del Pdl. Per i clienti di Anemone si parla di sciacquoni, tapparelle, tappezzeria, doppi vetri alle finestre, mobiletti, piastrelle del bagno: niente che possa attentare alla democrazia, d’accordo.

Dalla Libera Muratoria al Muratore Scontato, dal Gran Architetto dell’universo all’architetto Zampolini, non è la stessa cosa, no.Eppure è la stessa Italia e lo stesso modo di farsi largo, di comandare, di vivere. A colpi di conoscenze, di raccomandazioni, di pubbliche relazioni. Gli amici degli amici, i favori, le attenzioni per mogli e figli perché altrimenti che senso avrebbe dirsi cattolici, professare il valore della famiglia, principio non negoziabile (è tutto il resto che lo è)? Nella lista di Gelli c’era una certa Italia: affarista con il pretesto dell’anti-comunismo e della fedeltà atlantica. In quella di Anemone ci sono il Viminale, la Rai, il Vaticano, il Viminale, i funzionari pubblici, i servizi segreti. In una parola, Roma. Con le sue frequentazioni e le sue seduzioni.La pubblicazione della lista Gelli, nel 1981, provocò un terremoto, la caduta del governo Forlani, per la prima volta la Dc perse palazzo Chigi. L’uscita della lista Anemone, nel 2010, fa tremare il Palazzo. In queste ore le voci si rincorrono: prossimi arresti, dossier, altri ministri coinvolti, la maggioranza allo sbando, Fini in attesa, Tremonti silente, il Quirinale preoccupato… E vacilla Silvio Berlusconi. Al posto di Forlani oggi c’è lui. La tessera numero 1816 di quell’elenco di trent’anni fa. Era di maggio.

mercoledì 5 maggio 2010

IL MISTERO SCAJOLA







Questioni giudiziarie a parte nel caso Scajola c’è anche un mistero psichiatrico. Il mistero di un uomo che fortissimamente vuole il potere, non dorme la notte per ottenerlo, costruisce una rete di relazioni, conquista la città, la Regione, il Paese, allena lo sguardo, la camminata, il mento e tanto si prostra al potere supremo di Berlusconi, quanto esercita in modo ossessivo il proprio. Poi per due volte lo perde. Nel modo più clamoroso. Più pubblico. Più umiliante: le dimissioni davanti ai flash dei fotografi, al ronzio delle telecamere, al disprezzo dei giornalisti che lo ascoltano, al sarcasmo dell’opinione pubblica.
Non erano passati tre mesi dai funerali di Marco Biagi, quando ai cronisti di Corriere e Sole 24 Ore impudentemente disse che “quello era un rompicoglioni”. Scajola parlava in veste di ministro dell’Interno, cioè del responsabile ultimo della catena di comando che aveva revocato la scorta a Biagi, vittima delle Brigate Rosse. Titolare di un potere tanto sfrontato, tanto pieno e soddisfatto di sé, da non essere lontanamente sfiorato neppure da un vago senso di colpa per quello che era appena accaduto: “Biagi era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”.
Cadde quella volta. Si scrollò il fango. Ricominciò a salire un gradino alla volta, una gomitata e un inchino alla volta. Fino alla nuova vetta del suo secondo ministero, quello dello Sviluppo Economico, che governava con occhiuta presenza, decidendo tutto, nomine, revoche, appalti, persino i dettagli dell’ultimo convegno o del prossimo viaggio di giornalisti a carico di Enel.
Organizzava tutto
. Tranne l’acquisto e la ristrutturazione della propria casa. Memorabile la faccia esibita in conferenza stampa. E le parole: “Se dovessi acclarare che l’abitazione dove vivo è stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto, e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per annullare il contratto”. Una dichiarazione di “estraneità ai fatti”. Un “io non c’entro” tanto spericolato, trattandosi della propria abitazione, da risultare addirittura surreale.
A meno di non sospettare, per quel mistero psichiatrico che ci intriga, un’altra ragione, la più nascosta, la più sorprendente: che anche il complotto di cui è vittima l’ex ministro Claudio Scajola, ammalato di potere, ma anche depresso dal potere, sia farina del suo sacco. Visto che per il proprio suicidio ha scelto l’arma meno convenzionale di tutte, la più personale: il rogito.