IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO IN QUESTO ISTANTE AMMONTA A:

sabato 30 ottobre 2010

IL CODICE DELLO ZIO OSTELLINO


















Per anni le rubriche di Piero Ostellino sul Corriere erano considerate come i borbottii del vecchio zio un po’ bizzarro e picchiatello dei romanzi di Jerome, tipo “Lo zio Piero appende un quadro”. Quello che attacca bottoni infiniti, ma in fondo, a piccole dosi, mette buonumore. Ultimamente però l’incontinente zio Piero ha preso a tracimare con editoriali e articolesse, in cui parla a nome del giornale (“noi del Corriere…”). E la faccenda s’è fatta terribilmente seria. Finchè difendeva Moggi e Ricucci, dedicava articoli luttuosi alla morte del suo cane, tuonava contro lo Stato illiberale (“il Leviatano oppressore”) che perseguita i pirati della strada perché “il limite di velocità è diventato una forma di lotta di classe, le auto di grossa cilindrata sono il Palazzo di Inverno da assaltare e l’autovelox l’incrociatore Aurora che dà il via alla rivoluzione egualitaria”, si poteva assecondarlo con qualche sorriso imbarazzato. Ma, da quando si crede il direttore del Corriere, c’è poco da ridere.
Un giorno chiede “le dimissioni di Fini da presidente della Camera in quanto incompatibile con la nuova veste di oppositore del governo”, ma dimentica di specificare quando mai Fini si è opposto a un atto del governo e come mai noti oppositori come Pertini e la Jotti diventarono presidenti della Camera. Un’altra volta se la prende con l’inchiesta di Report sulle ville acquistate dal premier ad Antigua da una misteriosa offshore e sul suo conto corrente all’Arner Bank indagata per riciclaggio (“cattivo giornalismo”, “propaganda politica”). E scrive ben tre pezzi per difendere il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, indagato per le minacce alla Marcegaglia: a suo dire le intercettazioni sono illegali in quanto il di lei “portavoce Arpisella, non essendo inquisito, poteva essere intercettato solo se avesse contattato e/o venisse contattato da un inquisito”. Forse non sa che il giudice può pure intercettare non indagati che parlano con altri non indagati, se depositari di notizie utili alle indagini (per esempio i familiari di un sequestrato). Il pover’uomo parla di “indagine preventiva su un’inchiesta giornalistica di là da venire e già immaginata come reato”. Forse gli sfugge che un’inchiesta giornalistica si scrive e si pubblica, non si tiene nel cassetto per minacciare di tirarla fuori quando l’interessato critica il governo. Altrimenti è un ricatto, cioè un reato.
Nessuno dovrebbe saperlo meglio di Ostellino, che proprio un anno fa invocò giustamente le dimissioni di Marrazzo perchè “ha ceduto al ricatto e pagato i ricattatori. Il ricatto è un reato, al quale mai si deve sottostare, tanto meno un uomo pubblico”. Ora, per il nostro codice, il ricatto è reato per chi lo commette, mentre chi lo subisce di solito è vittima di estorsione. Invece, per il Codice Ostellino, chi lo subisce deve dimettersi e chi lo fa è un paladino della “libera informazione che fa il proprio mestiere”. Perché “a noi del Corriere non piace il giornalismo militarizzato”. Ben detto, zio.
Signornò, da L'Espresso in edicola

giovedì 28 ottobre 2010

BALLA CHE TI PASSA






Al posto di B. cominceremmo seriamente a preoccuparci. Da qualche settimana stanno crollando l'una dopo l’altra tutte le fondamenta del suo strepitoso successo: le balle. Nel dorato mondo berlusconiano, le bugie hanno sempre avuto gambe lunghissime. Ultimamente invece durano lo spazio di un mattino. Anche perché lui stesso, complice l’arteriosclerosi, contribuisce a strozzarle sul nascere, nella culla. Non riesce più a coordinarsi con se stesso. Aveva appena convinto i suoi fans che non è lui a volere lo scudo Alfano, ma i suoi alleati che glielo impongono a sua insaputa. Intanto che ti fa? Rilascia un’intervista per il nuovo (si fa per dire) libro (si fa per dire) di Vespa e dice l’esatto contrario: lo scudo “è indispensabile contro certi pm”, quindi è lui che lo vuole. Come dice Vergassola, “mente sapendo di smentire”. Il bello delle sue autosmentite è che è falsa sia la prima affermazione, sia la seconda che la contraddice. Infatti lo scudo non riguarda i pm: non blocca le indagini, ma i processi dopo il rinvio a giudizio, quindi gli serve contro “certi giudici”, non contro “certi pm”, che con o senza scudo continueranno a fare quel che fanno oggi. A proposito di pm: quelli di Roma, che avevano generosamente aperto un’inchiesta per truffa a gentile richiesta di Storace (loro affezionato cliente) sulla casetta di Montecarlo, hanno chiesto l’archiviazione per Fini e Pontone in quanto non è emersa alcuna truffa. Chiunque abbia letto anche distrattamente il codice penale, lo sapeva fin dall’inizio: la vicenda investe al massimo il costume, o il malcostume, di favorire un parente acquisito vendendo a prezzi modici un alloggio a una società estera da lui segnalata e chiudendo poi un occhio sul fatto che lui l’ha presa in affitto. L’idea di trasformarla in un reato poteva venire solo al Giornale e a Libero, che comprensibilmente non possono sottilizzare sulla questione morale in casa Fini, avendo sempre sorvolato su quelle criminali in casa B. Così ora l’affaire Montecarlo è un caso chiuso. Se ne dovranno inventare un altro, ma non faticheranno a trovarlo. E, se non lo trovano, lo inventeranno. Perché le balle di B. e famiglia hanno questo di bello: morta una, se ne fa subito un’altra. Muore tra le puzze la balla del miracolo della monnezza, che non riemerge solo a Napoli, ma pure a Palermo. Defunge la balla dei brogli della sinistra, fra liste fasulle nel Piemonte di Cota e firme false nella Lombardia di Firmigoni. Viene a mancare all’affetto dei suoi cari la superballa del “meno tasse per tutti”, visto che le tasse non fanno che aumentare e, col federalismo fiscale, vedrete che festa. Crollano miseramente le balle sulla “missione di pace”, quella degli italiani-brava-gente che sbarcano in Iraq e in Afghanistan per costruire ponti, scuole, ospedali, piantare fiori, innaffiare le aiuole, baciare bambini: sparavano anche i nostri, persino contro le ambulanze e, ogni tanto, qualcuno rispondeva al fuoco (ci vuole un certo impegno per riuscire a sparare sulla Croce rossa). Chiamasi guerra, non pace. Evaporano le balle sulla privacy difesa dai “garantisti” del Pdl contro la sinistra e la stampa “giustizialiste”: finanzieri arrestati perché spiano i redditi dei nemici di B. e li passano a Panorama, dossier accumulati o minacciati dal Giornale contro chi dà noia a B., foss’anche la presidente di Confindustria. Svanisce la balla delle intercettazioni e delle fughe di notizie pilotate dal “partito delle procure” per screditare l’inerme centrodestra: il dvd con le telefonate segrete Fassino-Consorte veniva graziosamente portato in dono a B. perché lui o chi per lui ne facesse buon uso. Ora potrebbe sfarinarsi anche la balla del ministro Maroni impavido difensore della polizia contro i violenti che le oppongono resistenza, se solo qualcuno osasse raccontare che Maroni ha una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale avendo fatto violenza alla polizia. Ma sarebbe troppo. Vorrebbe dire che l’informazione informa. Un lusso che non possiamo permetterci.
DA: il fatto quotidiano 27.10.2010

giovedì 21 ottobre 2010

LA CASTA

LA CAMERA BOCCIA COMPATTA LA PROPOSTA DI ABOLIRE IL VITALIZIO PER I DEPUTATI IN CARICA E QUELLI CESSATI SI POTEVANO RISPARMIARE 150 MILIONI DI EURO ECCO IL VIDEO DELLA VOTAZIONE



martedì 19 ottobre 2010

SALVIAMO ANNO ZERO


ECCO COSA FARE PER SPEDIRE E MAIL PER SALVARE ANNO ZERO IN NOME DELLA LIBERTA DI INFORMAZIONE


lunedì 11 ottobre 2010

L'ONOREVOLE PUNTA AL VITALIZIO






Prima del prossimo maggio difficilmente si andrà a votare. Perché 245 deputati e 107 senatori matureranno la pensione in primavera. E quello contro lo scioglimento anticipato dello stipendio è il partito più forte del Parlamento


Al diavolo le dichiarazioni di guerra del capo della Lega Umberto Bossi che tuona chiedendo le elezioni anticipate come unico rimedio per togliere le pastoie al governo e sottrarsi al ricatto dei "traditori" di Futuro e Libertà. E non parliamo poi del leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro, un altro da non prendere in considerazione quando anche lui proclama la necessità di chiudere la legislatura per tentare con il voto di mettere in ginocchio il Pdl e distruggere Berlusconi. Va già meglio la linea del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che prima del ritorno alle urne ipotizza un governo di transizione. Altro che elezioni anticipate: per un folto drappello parlamentare l'Italia ha bisogno di continuità politica. Per risolvere la crisi economica, ma soprattutto per consentire agli onorevoli deputati e senatori che ne hanno bisogno di completare felicemente la legislatura.
E già, mentre Fini e Berlusconi se le danno di santa ragione mettendo a rischio la sopravvivenza del Parlamento e l'opposizione è dibattuta sul ritorno al voto, a Montecitorio e palazzo Madama sta in agguato e silenziosamente preme uno schieramento che della stabilità ha fatto un vero dogma e che in fatto di numeri nulla ha da invidiare ai gruppi parlamentari più forti. Si tratta del Pap, il Partito degli aspiranti alla pensione, deputati e senatori che desiderano solo completare il mandato per maturare l'anzianità indispensabile per riscuotere il ricco vitalizio: cinque anni alla Camera, solo quattro anni e mezzo, e vai a capire perché, al Senato.
Nella lista degli esponenti del Pap c'è di tutto: parlamentari illustri di destra e di sinistra che almeno a prima vista dovrebbero temere poco lo scioglimento anticipato delle Camere visto che, almeno loro, in Parlamento dovrebbero tornarci sicuramente. Gente del rango di Pietro Lunardi, Giorgia Meloni, Raffaele Fitto e Mariastella Gelmini tra i berlusconiani; o di Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc; Gianrico Carofiglio (scrittore e magistrato) e Ricardo Franco Levi, ex braccio destro di Romano Prodi, del Pd. Ma ci sono anche, e sono la maggioranza, soprattutto sconosciuti peones che per approdare in Parlamento hanno dato fondo a tutte le loro risorse, risparmi compresi, che devono ancora rifarsi delle spese e che della ricandidatura non sono affatto sicuri.
Comparse come Mario Lovelli, Francesco Laratta e Daniele Marantelli tra i democratici. O come Eugenio Minasso, Giustina Mistrello Destro o Marco Martinelli del Pdl. Tutti semisconosciuti vicinissimi al traguardo del vitalizio e che per assicurarselo potrebbe ricorrerre ad ogni mezzo, magari anche qualche cambio di campo.
Un'esagerazione? Può darsi, ma un assaggio di quello che potrebbe accadere sempre più spesso in Parlamento lo si è visto alla fine di settembre, quando Berlusconi ha chiesto la fiducia. Fosse andato in minoranza ("Senza voti, tutti a casa", lo slogan del Cavaliere), lo spettro delle elezioni si sarebbe materializzato pericolosamente. Una eventualità che stava mettendo a repentaglio i consensi dei senza-pensione. Per questo il premier è corso ai ripari promettendo a tutti i suoi la rielezione e avviando la campagna-acquisti che ha visto emigrare nella maggioranza una decina di parlamentari dell'opposizione. Gente proveniente soprattutto da Udc e Pd, ma anche dalle file del Pap e più che mai vogliosa di allungare la vita della legislatura per conquistarsi il vitalizio.
Qualche nome: Bruno Cesario, ex Api, e Americo Porfidia, ex Idv, ai quali mancano meno di 200 giorni alla pensione, per esempio; l'ex democratico Massimo Cima Calearo, imprenditore di professione, uno che del vitalizio non dovrebbe avere bisogno (a lui mancano 900 giorni), anche se con la crisi che corre non si sa mai.
Guai dunque a sottovalutarli, i parlamentari del Pap. Alla Camera sono addirittura in maggioranza: ben 394 su 630. E soprattutto sono ben distribuiti in un temibile schieramento trasversale che ne vede allineati 135 nel Pdl, 144 nel Pd, 44 tra i leghisti, 21 nell'Udc, 17 tra i finiani e i dipietristi, per non parlare dei 16 del gruppo misto. E lo stesso capita al Senato dove gli eletti che devono ancora conquistarsi il vitalizio sono 172 su 321, 36 in più degli iscritti al gruppo Pdl. Numeri importanti se si dovesse arrivare al redde rationem.
da: espresso.it