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lunedì 11 ottobre 2010

L'ONOREVOLE PUNTA AL VITALIZIO






Prima del prossimo maggio difficilmente si andrà a votare. Perché 245 deputati e 107 senatori matureranno la pensione in primavera. E quello contro lo scioglimento anticipato dello stipendio è il partito più forte del Parlamento


Al diavolo le dichiarazioni di guerra del capo della Lega Umberto Bossi che tuona chiedendo le elezioni anticipate come unico rimedio per togliere le pastoie al governo e sottrarsi al ricatto dei "traditori" di Futuro e Libertà. E non parliamo poi del leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro, un altro da non prendere in considerazione quando anche lui proclama la necessità di chiudere la legislatura per tentare con il voto di mettere in ginocchio il Pdl e distruggere Berlusconi. Va già meglio la linea del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che prima del ritorno alle urne ipotizza un governo di transizione. Altro che elezioni anticipate: per un folto drappello parlamentare l'Italia ha bisogno di continuità politica. Per risolvere la crisi economica, ma soprattutto per consentire agli onorevoli deputati e senatori che ne hanno bisogno di completare felicemente la legislatura.
E già, mentre Fini e Berlusconi se le danno di santa ragione mettendo a rischio la sopravvivenza del Parlamento e l'opposizione è dibattuta sul ritorno al voto, a Montecitorio e palazzo Madama sta in agguato e silenziosamente preme uno schieramento che della stabilità ha fatto un vero dogma e che in fatto di numeri nulla ha da invidiare ai gruppi parlamentari più forti. Si tratta del Pap, il Partito degli aspiranti alla pensione, deputati e senatori che desiderano solo completare il mandato per maturare l'anzianità indispensabile per riscuotere il ricco vitalizio: cinque anni alla Camera, solo quattro anni e mezzo, e vai a capire perché, al Senato.
Nella lista degli esponenti del Pap c'è di tutto: parlamentari illustri di destra e di sinistra che almeno a prima vista dovrebbero temere poco lo scioglimento anticipato delle Camere visto che, almeno loro, in Parlamento dovrebbero tornarci sicuramente. Gente del rango di Pietro Lunardi, Giorgia Meloni, Raffaele Fitto e Mariastella Gelmini tra i berlusconiani; o di Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc; Gianrico Carofiglio (scrittore e magistrato) e Ricardo Franco Levi, ex braccio destro di Romano Prodi, del Pd. Ma ci sono anche, e sono la maggioranza, soprattutto sconosciuti peones che per approdare in Parlamento hanno dato fondo a tutte le loro risorse, risparmi compresi, che devono ancora rifarsi delle spese e che della ricandidatura non sono affatto sicuri.
Comparse come Mario Lovelli, Francesco Laratta e Daniele Marantelli tra i democratici. O come Eugenio Minasso, Giustina Mistrello Destro o Marco Martinelli del Pdl. Tutti semisconosciuti vicinissimi al traguardo del vitalizio e che per assicurarselo potrebbe ricorrerre ad ogni mezzo, magari anche qualche cambio di campo.
Un'esagerazione? Può darsi, ma un assaggio di quello che potrebbe accadere sempre più spesso in Parlamento lo si è visto alla fine di settembre, quando Berlusconi ha chiesto la fiducia. Fosse andato in minoranza ("Senza voti, tutti a casa", lo slogan del Cavaliere), lo spettro delle elezioni si sarebbe materializzato pericolosamente. Una eventualità che stava mettendo a repentaglio i consensi dei senza-pensione. Per questo il premier è corso ai ripari promettendo a tutti i suoi la rielezione e avviando la campagna-acquisti che ha visto emigrare nella maggioranza una decina di parlamentari dell'opposizione. Gente proveniente soprattutto da Udc e Pd, ma anche dalle file del Pap e più che mai vogliosa di allungare la vita della legislatura per conquistarsi il vitalizio.
Qualche nome: Bruno Cesario, ex Api, e Americo Porfidia, ex Idv, ai quali mancano meno di 200 giorni alla pensione, per esempio; l'ex democratico Massimo Cima Calearo, imprenditore di professione, uno che del vitalizio non dovrebbe avere bisogno (a lui mancano 900 giorni), anche se con la crisi che corre non si sa mai.
Guai dunque a sottovalutarli, i parlamentari del Pap. Alla Camera sono addirittura in maggioranza: ben 394 su 630. E soprattutto sono ben distribuiti in un temibile schieramento trasversale che ne vede allineati 135 nel Pdl, 144 nel Pd, 44 tra i leghisti, 21 nell'Udc, 17 tra i finiani e i dipietristi, per non parlare dei 16 del gruppo misto. E lo stesso capita al Senato dove gli eletti che devono ancora conquistarsi il vitalizio sono 172 su 321, 36 in più degli iscritti al gruppo Pdl. Numeri importanti se si dovesse arrivare al redde rationem.
da: espresso.it

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